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Scritto da Tullio Parenzan
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giovedì 17 luglio 2008 |
È ritornato gioiosamente da Lourdes il pellegrinaggio diocesano guidato
dal vescovo mons. Eugenio Ravignani e promosso dall’Unitalsi Triestina
presieduta da Michelangelo Cozzolino. Come sempre, è stata
un’esperienza incancellabile per tutti i partecipanti — invero,
quest’anno, nella ricorrenza giubilare, straordinariamente numerosi —
che hanno avuto modo di riassaporare la bellezza della Grotta e la
suggestività commovente della città santa.
Ogni momento è stato di grazia. Visitando Lourdes, infatti, si percepisce quasi materialmente la chiamata di ciascuno di noi alla comunione con Dio. Ci si accorge della benevolenza del Signore verso gli uomini; di un Signore-Padre che ci comprende, ci perdona, ci aiuta, che si china su di noi con amore e ci comunica qualche cosa di suo.
Questo clima di comunione spirituale divina attraverso Cristo e con la sua mediatrice principale, la Madonna, a Lourdes coinvolge dolcemente ed efficacemente tutti i pellegrini, creando quell’atmosfera di fraternità effettiva e palpitante che lega ciascuno di noi l’un l’altro, quasi con catene dolcemente inscindibili. Evidente appare in tutti noi, dunque, la presenza diffusa dello Spirito Santo, di quel regalo d’amore che riceviamo e che trasmettiamo al contempo, in un processo continuo di reciproco donarsi.
Perno del pellegrinaggio sono i fratelli più deboli che vengono contornati da attenzioni affettuose e riguardose. Ci si accorge, più che altrove, che il volto delle persone con difficoltà di salute (ed è la stragrande maggioranza) rappresenta il volto di Cristo sofferente; e tutto ciò che si fa ad esse lo si fa a Lui, proprio a Cristo in persona!
Tanti sono stati i momenti significativi che hanno segnato le giornate di permanenza a Lourdes. Tutti speciali e di intensa emozione; taluni, peraltro, silenziosi, ma molto sentiti. Se ne ricordano alcuni: il sacramento della riconciliazione ed il sacramento dell’unzione degli infermi, entrambi chiamati sacramenti della guarigione. Il primo, come del resto in tutti i pellegrinaggi, è stato richiestissimo. La cappella delle confessioni era “travolta” da anime in attesa di ottenere il perdono dei peccati, la pace la serenità della coscienza e la consolazione dello spirito. Anche i nostri sacerdoti si sono impegnati per accogliere una gran folla di fedeli.
Costoro, in tal modo, avvicinandosi poi all’Eucaristia possono essere ricolmati di grazia in gran quantità e darsi così un colpo d’ala verso l’alto. Il secondo sacramento, invece, ha riguardato l’unzione degli infermi. Ad esso si è avvicinato un numero notevole di pellegrini. Infatti, l’unzione degli infermi, un tempo tradizionalmente chiamata “estrema unzione” e limitata, di fatto, ai casi di gravi infermità, è oggi assai diffusa, più di quello che non si creda o veda esternamente.
Essa è, ai nostri tempi, dopo il Concilio Vaticano II, che ne ha rimodulato, in un certo senso, l’aspetto, assai frequentemente impartita, anche ai giovani, desiderosi di cogliere con animo convinto e compunto l’opportunità offerta da Dio agli uomini di sorreggerli durante il cammino terreno, invero, quasi sempre lastricato di patimenti ed ostacoli.
Accanto ai pellegrini estasiati per la vicinanza della Grotta, risalta — ed è questo un altro momento caratteristico del pellegrinaggio — l’immagine delle sorelle in continua operatività per assicurare i servizi fondamentali e dei barellieri in costante movimento: tutti, le une e gli altri, sempre col sorriso sulle labbra e la mitezza sul volto, segni di serenità interiore e di vera contentezza, testimoni autentici della Parola di Dio e consapevoli che «…dove si semina l’Amore, si incontra la Gioia…».
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