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Messaggio del vescovo per don Bonifacio PDF Stampa E-mail
Scritto da mons. Eugenio Ravignani   
giovedì 10 luglio 2008

Da tempo l’attendevo quella notizia. Con fiduciosa speranza anche se, non lo nascondo, con qualche impazienza. La ebbi dal notiziario delle 14 della Radio Vaticana che informava dell’autorizzazione concessa dal Santo Padre alla Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare il decreto sul martirio del Servo di Dio don Francesco Giovanni Bonifacio, sacerdote diocesano, nato nel 1912 ed ucciso in odio alla fede nel 1946.


La comunicai con gioia alla nostra Chiesa Tergestina e alle Chiese sorelle di Capodistria (don Bonifacio nacque a Pirano nel 1912) e di Parenzo e Pola, a cui appartengono ora le parrocchie in cui egli visse il suo ministero e andò incontro alla morte. Non fu per lui inattesa. Lo trovò ben preparato. Fin dal 1944 aveva scritto: «Occorre prepararci anche al martirio, se sarà necessario», a cui aggiungeva nel 1946: «Chi non ha il coraggio di morire per la propria fede è indegno di professarla».

Era questa la fortezza che lo sosteneva in tempi difficili e duri di persecuzione antireligiosa. Proprio lui, che sembrava così esile e indifeso nella sua semplicità; lui che un anziano sacerdote che lo conobbe descriveva così: «Aveva l’aria beata di eterno fanciullo che era l’involucro dell’innocenza del suo cuore»; proprio lui non si lasciò intimidire da minacce né distogliere da umane prudenze dal dovere di annunciare con franchezza il Vangelo. Lo annunciava alla non grande comunità sparsa sui colli di cui era pastore, raccogliendola nella piccola chiesa per offrirle una catechesi solida ed efficace e dove incontrava i giovani, ai quali indicava senza sconti le esigenze e la bellezza di una vita cristiana. E il suo esempio educava alla preghiera e all’adorazione dell’Eucaristia.

Incombeva su di lui il pericolo. Non lo temeva. Anche perché diceva di «non aver fatto mai male a nessuno». Ad uno dei suoi giovani aveva confidato che «mai li avrebbe abbandonati e che se moriva sarebbe morto in mezzo a loro». E fu così. Quella sera sulla strada del ritorno alla sua casa fu aggredito ed ucciso. Per la fedeltà al suo sacerdozio santo, per null’altro.

Ho scritto al Santo Padre esprimendo a Lui la gioia e la gratitudine della nostra comunità ecclesiale e chiedendo, secondo la norme approvate, che la beatificazione del martire possa avvenire a Trieste, nella nostra cattedrale, dove divenne sacerdote e dove nel 1988 ebbe conclusione il processo diocesano per la sua beatificazione. E, vorrei aggiungere con sentimento di profonda venerazione, là dove riposano le spoglie dell’arcivescovo mons. Antonio Santin, che, convinto del suo martirio, quel processo aveva voluto ed iniziato tra tante difficoltà, e del vescovo mons. Bellomi, che ne aveva deciso la prosecuzione nelle tappe successive.

A tutti voi chiedo oggi di rendere grazie con me al Signore per questo grande dono che ha fatto alla nostra Chiesa.


 
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