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Intervista a Giovanni Bonifacio PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Trevisan   
giovedì 10 luglio 2008
Giovanni Bonifacio mi accoglie calorosamente, contento di dare ai lettori di Vita Nuova alcuni tratti inediti della vicenda terrena del suo fratello maggiore, il sacerdote Francesco Bonifacio, da pochi giorni “beato” per la Chiesa.

Perché è contento di parlare proprio ai nostri lettori?
A Villa Gardossi, prima della guerra, arrivavano 30 copie di Vita Nuova e io aiutavo volentieri mio fratello a distribuirle in paese. Durante la guerra ne arrivavano anche di più; il giornale era molto apprezzato, perché dava notizie e diceva cose che non si leggevano sull’altra stampa. Parliamo brevemente del suo impegno nella vicina chiesa di Villa Revoltella, dove ha suonato l’organo per trent’anni… gli impegni con l’Azione cattolica, la San Vincenzo…

E a Trieste ho continuato a distribuire Vita Nuova anche nelle famiglie di Borgo Sant’Eufemia!

Esclama così, mentre la moglie, da cinquantadue anni al suo fianco, annuisce silenziosamente.
Il frutto non cade lontano dall’albero! Come ricorda suo fratello?

Lo ricordo come un giovane uomo, sempre in veste talare, che prendeva molto sul serio il suo ministero; non dava confidenza ed era molto riservato anche con noi, in famiglia; preparava scrupolosamente le omelie di cui ha lasciato traccia in alcuni quaderni. Lo ricordo, qualche sera, chino sulla tavola a scrivere, alla luce di una candela o di una lampada a carburo…

Voi eravate di Pirano?

Sì, ci abbiamo abitato fino alla morte del papà; Francesco è diventato capofamiglia e noi lo abbiamo seguito: due anni a Cittanova e dal 1939 al 1946 a Villa Gardossi. Dopo siamo tornati a Pirano, dove siamo stati fino al 1953, quando si venne esuli a Trieste. Della mia famiglia ora sono rimasto solo io.

Dove vivevate, a Villa Gardossi?

Nella casa parrocchiale; tenga presente che quella località  era una “curazia” (c’era solo la chiesa e una scuola e le case stavano nelle frazioni vicine) e Francesco era un semplice curato di campagna. Non essendo parroco, non aveva diritto ad emolumenti.

Come vivevate?

C’erano delle benedette consuetudini rurali: una decina tra le famiglie più facoltose dava ogni anno al curato: uno stariol (equivalente a 10 kg) di grano e una brenta di uva e, per Pasqua, dieci uova, che la mamma andava a vendere a Buie. Io curavo il pollaio e l’orto e di domenica andavo a suonare l’organo dove diceva Messa Francesco. Qualche piccolo ricavo Francesco lo aveva dall’insegnamento della religione e dalle offerte in occasione di matrimoni, battesimi e funerali, non tanto frequenti in un paese così piccolo.
Ricordo come rientrava stanco e sudato la sera, dopo aver camminato tutto il giorno, fra le varie frazioni, la Messa, la visita ai malati, il catechismo! Non si lamentava, anzi ci diceva: «Questa è la volontà del Signore. Ci vuole pazienza». Si diceva insieme il Rosario e dopo lui andava ancora in chiesa a ringraziare il Santissimo.

Il ricordo più bello di Francesco? L’ordinazione?

No, eravamo in sette figli ed eravamo poveri; la famiglia non si poteva permettere il lusso del viaggio a Trieste. Pensi che, nel 1931, dopo la morte di mio padre (che era stato fuochista della Nesazio, la barca che univa l’Istria a Trieste), tutti i martedì andavo a prendere il pane dei poveri dai frati di Sant’Antonio, nella chiesa di San Francesco, a Pirano. Mia mamma guadagnava qualche soldo portando acqua nelle case dove non c’era: per dieci centesimi si metteva la mastella in testa e… via. Povera mamma nostra.
So che è stato ordinato sacerdote il 27 dicembre 1936, in cattedrale, a San Giusto, dal vescovo di Gorizia, mons. Margotti.
Il vescovo Santin, che fu così importante per la sua vita e per la sua morte, venne dopo, nel 1938.
Ma ricordo assai bene la sua prima Messa, qualche giorno dopo, il 3 gennaio 1937, nella nostra cittadina, Pirano. La famiglia, i parenti, i vicini di casa, un mare di gente amica e i curiosi… Le finestre del percorso verso il duomo di San Giorgio erano parate a festa, con lenzuola, tovaglie, festoni, come per la processione del Corpus Domini. Come dimenticare il rinfresco nell’oratorio San Domenico Savio!
Mi ricordo soprattutto delle campane di tutte le chiese di Pirano, che suonavano a festa, quella mattina!

Togliamoci il pensiero: il ricordo più brutto?

Il mattino c’era, e dopo non c’era più; verrà e non verrà, e non un corpo da seppellire: ci sono sofferenze che non si possono esprimere.
Però un ricordo brutto, che le voglio raccontare, è legato anch’esso al suono delle campane.
Quella sera di settembre, quella in cui sparì e non tornò a cena, nella casa parrocchiale dove lo aspettavamo la mamma, mia sorella più piccola ed io, ad una cert’ora cominciarono a suonare le campane di Villa Gardossi e dei paesi circostanti: il suono non era festoso, questa volta. Era lugubre.
Era la triste comunicazione, da paese a paese, che la minaccia si era avverata. Due contadini avevano assistito al suo sequestro nell’imbrunire, nella campagna.

Lo avevano minacciato? Chi?

Le cose erano difficili in Istria; dopo il ’43 mio fratello e mia mamma avevano aiutato militari sbandati. Mi ricordo di due di Foligno che si sono salvati. Dopo il ’45 ancora peggio. Nel solo nostro paese di mille abitanti erano “spariti” in 24, ma altri venivano ritrovati uccisi per le campagne.
Mio fratello dava sepoltura ai morti e i partigiani lo criticavano.
Il partito comunista faceva tanta propaganda antireligiosa, ma la gente, presa uno per uno, era buona.
C’era stato un membro del partito comunista, un amico, che gli aveva detto di scappare, perchè sapeva per certo che la polizia di Buie sarebbe andato a prenderlo…

Si è lasciato prendere così, come agnello tra i lupi?

Lui diceva, anche a mia madre, che le cose della politica non lo interessavano; gli bastava il Vangelo e che non sarebbe andato mai via, perché non aveva fatto del male a nessuno.

Ingenuo forse, ma non irresponsabile.

Credeva nel valore dell’obbedienza, perciò Francesco, quei giorni, ha fatto un viaggio per incontrare il suo vescovo e, dopo essersi consigliato con lui, ha deciso di “restare con le sue pecorelle”.
Ma i lupi lo avevano azzannato, e ci restò il dolore e una lettera che il vescovo Antonio Santin scrisse a mia madre il 19 novembre 1946, in cui diceva «Ho tanto temuto per lui e tanto sperato». E ora è Beato.
Quest’idea di avere un fratello santo un po’ mi spaventa. Ma mi sento anche orgoglioso, naturalmente.

Ultimo aggiornamento ( venerdì 05 settembre 2008 )
 
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