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Mons. Giuseppe Rocco nell’agosto del 1946 è stato inviato dal vescovo
Santin a Grisignana in sostituzione del parroco di quella comunità, che
aveva ricevuto serie minacce tanto da costringerlo a tornare a Treviso,
da dove proveniva.
Per questo motivo ha avuto occasione di incontrare don Francesco Bonifacio. È stato lui l’ultimo a vederlo vivo quel tragico 11 settembre. Lo abbiamo incontrato per raccogliere la sua testimonianza. Monsignore, cosa ricorda di quel periodo e di quella terra?
Quando il vescovo mi ha inviato in quella borgata molto bella e antica, che è Grisignana, ero sacerdote da appena un anno e mezzo (è stato ordinato il 17 dicembre 1944, ndr); era un periodo tremendo: la gente veniva fatta sparire, ho vivo ricordo di una ragazza gettata in foiba. Per questo ho trovato la gente del luogo molto spaventata, direi terrorizzata. In questo clima ha avuto occasione di incontrare nel giorno del suo martirio don Bonifacio, che era cappellano lì vicino, a Villa Gardossi, un insieme di piccole frazioni o casolari sparsi su un territorio collinare tra Buie e Grisignana... Ero inesperto e don Francesco, saputo che ero lì, mi è venuto a trovare proprio nel pomeriggio di quell’11 settembre. Abbiamo passato tre ore insieme, nel corso delle quali mi ha illustrato i gravi pericoli, esortandomi alla prudenza e alla riservatezza, e invitandomi a stare attento alla predicazione e a non allontanarmi da solo dal paese. Poi siamo andati in chiesa a pregare una mezz’oretta davanti al Santissimo; infine l’ho accompagnato e, nel congedarmi, mi ha detto che sarebbe tornato a Villa Gardossi. È stato in quel tratto di strada, lungo il quale avrebbe acquistato la legna per l’inverno, che è stato avvicinato e fermato da alcune guardie popolari, sparendo poi nel bosco. Dell’arresto sono stati testimoni una ragazza, che la mattina del giorno dopo mi è venuta ad avvisare, e un uomo buono, ritenuto malato di mente, minacciato dalla milizia ad allontanarsi. Da quel momento non si è più saputo nulla di lui. Cosa ha fatto una volta venuto a conoscenza di questi fatti? Ho atteso qualche giorno, nel corso dei quali sono andato a portare la Comunione alle persone dei villaggi vicini, e poi mi sono recato a Trieste ad avvisare mons. Santin dell’accaduto: non era possibile comunicare con precisione quanto accaduto. Il vescovo restò colpito e non mi fece più tornare a Grisignana. Don Francesco era un uomo buono e pacifico e ha pagato per tutti l’odio a Dio e alla Chiesa. È stato ucciso esclusivamente per il fatto di essere un sacerdote molto zelante nel suo ministero. Cosa le è rimasto del ministero di questo nostro sacerdote? Da curato di Villa Gardossi si impegnò ad animare la comunità cristiana attraverso la catechesi a tutti i livelli, esortando alla frequenza ai sacramenti, visitando assiduamente i malati, raccomandando la santificazione delle feste e la devozione all’Eucaristia e alla Vergine; inoltre fu importante il suo impegno formativo ed educativo verso i giovani, soprattutto nell’Azione cattolica sia maschile che femminile. Una vita totalmente dedicata al Vangelo, e fu ciò a dar estremo fastidio a chi voleva allontanare la popolazione dalla vita cristiana. Don Bonifacio è stato riconosciuto beato dalla Chiesa. La sua memoria dove la porta? Innanzitutto alla sua alta spiritualità. Oltre ad essere un uomo di grande fede, ho riscoperto la sua vita nello spirito attraverso i diari spirituali, da lui scritti in italiano ma con l’alfabeto greco, che contengono il frutto delle sue meditazioni, specie di quelle maturate nel corso degli esercizi spirituali. Inoltre la sua memoria mi porta alla bontà temperamentale, sempre accompagnata da una carità che esercitava verso tutti. Cercava veramente il bene delle anime e la gloria di Dio. Questo posso affermarlo anche alla luce delle testimonianze che di lui ho raccolto lungo gli anni e confluite nel processo canonico diocesano. La stima per lui era totale e da parte di tutti. Un nostro sacerdote, martirizzato a soli 34 anni. Cosa può dire alla nostra Chiesa locale? A mio avviso è una figura di santità che può rinnovare nel profondo la nostra diocesi.
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