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Omelia nel 25° anniversario d'episcopato PDF Stampa E-mail
Scritto da Mons. Eugenio Ravignani   
domenica 04 maggio 2008
Venerati Fratelli nell’Episcopato, carissimi presbiteri e diaconi, giovani alunni del seminario, sorelle e fratelli che Dio ha consacrato a Sé,  sorelle e fratelli nel Signore, Reverendi Parroci e Pastori delle Chiese cristiane, Onorevoli Autorità, a voi grazia e pace.

1.    Venticinque anni fa…

    Era il tardo pomeriggio della domenica del Buon Pastore. Venticinque anni fa. In questa cattedrale,  dove ventotto anni prima ero stato ordinato sacerdote dal vescovo mons. Antonio Santin, su di me una volta ancora scese lo Spirito invocato dal mio vescovo mons. Lorenzo Bellomi, dagli altri vescovi conconsacranti e da una grande assemblea orante  di sacerdoti e di fedeli. E per l’imposizione delle mani dei vescovi e la sacra unzione divenni vescovo della Chiesa di Dio.

    Oggi, ancora stupito e commosso, rendo grazie al Signore Gesù Cristo. Egli conosceva e conosce la mia povertà e la mia debolezza, tuttavia mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi a questo ministero nel quale mi ha sostenuto ogni giorno la sua forza (CFR 1TM 1, 12).  

    Mi dà gioia che voi siate qui con me a rendere grazie. Io non riuscirei davvero a farlo da solo. Non mi basterebbero le parole e il cuore. E so che nemmeno dovrei farlo da solo. Non so misurare la grandezza del dono che mi è stato fatto dal Signore. So che l’ha fatto a me, ma per voi. Ed allora dico grazie anche  a voi che oggi Lo ringraziate con me.

Voglio dirvi che voi siete stati e siete per me un grande dono. Mai avrei potuto adempiere al compito affidatomi senza di voi, miei fratelli presbiteri e diaconi, senza di voi fratelli e sorelle mie, laici cristiani. Insieme il Signore ci ha fatti vivere nella verità e nella carità; insieme ci ha fatto amare e servire questa santa Chiesa che è in Trieste, perché nella città degli uomini sia segno ed annuncio di fraternità, di speranza e di pace.


2.    Vescovo a Vittorio Veneto

    Devo assolvere ora ad un debito d’amore.  Nel giorno della mia ordinazione episcopale giunsero a San Giusto un gran numero di sacerdoti, religiose e religiosi, seminaristi e fedeli da Vittorio Veneto “per offrire con corale entusiasmo il primo abbraccio al nuovo Pastore, come disse il vescovo mons. Lorenzo Bellomi che poi a loro mi consegnò con parole di affetto e di sollecitudine paterna.

.    I miei tredici anni e mezzo vissuti nella Chiesa vittoriese non furono affatto una parentesi nella mia vita, anche se abbastanza lunga. Furono un tempo di grazia, di gioiosa scoperta di una Chiesa dalle antiche e nobili tradizioni cristiane, onorate con una testimonianza coerente e coraggiosa. Furono un tempo di lieto stupore per l’accoglienza dei sacerdoti e l’affetto dei fedeli delle dodici foranie, di tanti incontri con gente semplice e cordiale, di condivisione di problemi e di difficoltà affrontati insieme, di fiduciosa attesa di un domani di cui i giovani erano promessa certa e viva nella freschezza della loro età e del loro entusiasmo.

    Il 30 dicembre 1996 si concludeva il secondo convegno ecclesiale. Ormai sapevo quello che non avrei mai immaginato. Dissi allora che, se avevo accompagnato il cammino di quel convenire responsabile e fecondo, non mi era dato di entrare nel futuro che gli si apriva dinanzi: l’avrei potuto soltanto contemplare da lontano (CFR DT 34, 4). Il Santo Padre Giovanni Paolo II mi aveva nominato vescovo di Trieste, la notizia però non era ancora pubblica. So quanto allora mi costò l’obbedienza. Lasciai la Santa Chiesa Vittoriese, che era stata la mia, ma la porto e la porterò sempre nel cuore.


3.    Vescovo a Trieste.

    Il 2 febbraio 1997 entrai, con trepidazione in questa nostra cattedrale, austera e severa, impreziosita dai suoi mosaici e suggestiva nel messaggio che mi veniva dall’incrocio di stili architettonici diversi che, nel passare dei secoli, si sono raccordati a formare una sola basilica.
 
L’accolsi questo messaggio. Ero ben convinto che avrei dovuto impegnarmi senza esitazioni e senza incertezze a realizzarlo. Il vescovo nella sua Chiesa è segno di unità. Ed è il suo ministero che la riunisce nella confessione dell’unica fede e la fa crescere nella comunione nella carità. Quasi in una sintesi, raccoglievo la significativa eredità dei miei Predecessori: la fermezza nell’annuncio della verità dell’arcivescovo mons. Antonio Santin e la sofferta passione per l’unità del vescovo mons. Lorenzo Bellomi.

3.1.    Ero consapevole che null’altro avrei dovuto far conoscere a voi “se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” ( 1COR 2, 2); ; che avrei dovuto implorare da Dio “il coraggio di annunciarvi il vangelo in mezzo a tante difficoltà (CFR 1TS 2, 2); che mai avrei dovuto tacere la verità e attenuare le esigenze del vangelo per piacere agli uomini o per cercare umani consensi (CFR 1TS 2, 5). Anche per me valeva l’esortazione di Paolo a Timoteo :”Ravviva il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mani…Dio non ti ha dato uno Spirito di  timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza” (2TM 1, 6).

    Lo sa il Signore se a questo mio dovere sono stato fedele, se nella verità ho sostenuto la vostra fede, se a chiunque mi avesse domandato quale fosse la ragione della mia speranza, con dolcezza e rispetto come insegna l’apostolo Pietro (1 PT 3, 15),  ho detto che Cristo era la speranza, per me e per lui.

3.2.    Ma ero pur consapevole che non avrei mai potuto costruire l’unità nella nostra comunità ecclesiale se non vi avessi amati. Non dovevo darvi solo il vangelo di Dio, ma la mia stessa vita, tanto mi eravate divenuti cari (CFR 1 TS 2, 8).  Posso dire di aver amato tutti, sacerdoti e laici? Con lo stesso amore? Vorrei tanto averlo fatto. Forse non sempre ho saputo mostrarlo. E per quanto a questo amore da parte mia è mancato,  al Signore e a voi chiedo umilmente perdono.

Davvero la nostra Chiesa e il nostro presbiterio sono compositi. Non solo per la diversità dell’età, della formazione, delle responsabilità, ma anche per la diversità delle lingue, delle culture e delle stesse tradizioni che sono l’anima della religiosità della nostra gente. Il rispetto delle diversità non basta certo. Occorre l’accoglienza cordiale delle persone, la sincerità della stima, la gioia del vivere insieme la medesima fede.  Occorre che la diversità si faccia ricchezza condivisa. Anche a questo è chiamato un vescovo che voglia davvero far crescere la sua Chiesa nella comunione. Mai ci potrà dividere la lingua che parliamo, se ci accogliamo nell’amore come fratelli. Quante volte ebbi occasione di dirlo. Vorrei davvero che le mie scelte pastorali siano state coerenti con questa convinzione e con questo dovere.


4.    Il vescovo non si appartiene.

     “Vegliate su di voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio” (AT 20,  28).  Se spesso mi sono ritrovato ad esaminare me stesso, a riflettere e a giudicare il mio modo di agire, non l’ho fatto per me, ma per voi.  L’avrei sciupata la mia vita se fossi vissuto per me. L’esempio di Cristo, il pastore buono, è esigente. Il pastore dà la sua vita per le pecore (CFR GV 10, 11).

Per un vescovo non può essere che così. Non appartiene più a se stesso. Appartiene al suo gregge. I suoi pensieri, il suo cuore, il suo tempo, come la sua gioia e la sua sofferenza, le sue attese e le sue speranze sono dei suoi fratelli e delle sue sorelle, che al suo amore sono stati affidati. Conoscere, ascoltare, accogliere, comprendere, incoraggiare, farsi carico delle preoccupazioni dei suoi fratelli, della loro fragilità e debolezza e, persino, del loro peccato, è dovere del pastore. Avrei dovuto essere anch’io così per voi. So almeno di averlo sempre desiderato.


5.    Parole conclusive.

Venerati Fratelli Arcivescovi e Vescovi, carissimi presbiteri e diaconi, fratelli e sorelle che mi siete cari, voi tutti che stasera gremite questa basilica cattedrale:   “il mio cuore si è tutto aperto per voi…” (2COR 6, 11). L’ho fatto per un bisogno di sincerità e per chiedervi che il vostro affetto, che mi è di conforto e mi dà gioia, diventi una preghiera al Signore perché mi illumini e mi sostenga nel ministero apostolico. A Lui sia gloria nei secoli 

“La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore sia con tutti voi in Cristo Gesù” (1COR 16, 23). Amen.

NEL XXV DI EPISCOPATO

CATTEDRALE DI SAN GIUSTO, 24 APRILE 2008.

IS 61, 1-3; 1TS 2, 2-8; GV 10, 11-16.


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Ultimo aggiornamento ( domenica 11 maggio 2008 )
 
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