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Intervista a mons. Eugenio Ravignani per il Giubileo PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabiana Martini   
mercoledì 23 aprile 2008
Il vescovo Eugenio ha riletto con noi i tratti più significativi del suo ministero episcopale. L’incontro con la gente la gioia pastorale più grande. Gente che ha sempre più bisogno di essere ascoltata e capita prima ancora che orientata.

Con quali timori e con quali speranze 25 anni fa ha accolto l’elezione a vescovo di Vittorio Veneto?

I timori erano quelli di andare in una diocesi che non conoscevo, anche se ai tempi del nostro Seminario requisito eravamo stati ospiti là, ma di una diocesi che aveva avuto vescovi di grande rilievo come Carraro e Luciani. L’unica speranza era quella di essere accolto, pur venendo da una realtà molto diversa per tradizione religiosa e per vita cristiana, cosa che si è puntualmente verificata con molta cordialità, con molto affetto, con molta bontà. Quando poi sono stato trasferito a Trieste, il timore era quello di ritornare nella propria realtà, che conoscevo complessa, passando da quella che invece era una realtà pastorale molto vivace, molto viva, ma anche molto semplice.

Quali sono i vescovi, del passato e del presente, che l’hanno maggiormente ispirata?

Soprattutto due: colui che mi ha ordinato sacerdote, mons. Santin, e colui che mi ha ordinato vescovo, mons. Bellomi. Del primo penso alla grande fermezza nella verità di fronte a tutti gli ostacoli di cui non aveva mai evidentemente timore con la franchezza della sua parola, con l’impegno personale, con quella che era la sua ansia di riportare anche in questa nostra realtà difficile di Trieste la tranquillità, la concordia dopo gli anni difficili del dopoguerra. La stessa passione per l’unità fu quella che caratterizzò poi mons. Bellomi. Ma due fari sono stati anche mons. Filippo Franceschi e il card. Marco Cè.

Come commenterebbe il suo stemma 25 anni dopo?

Io ho scelto quell’espressione («Donec dies elucescat», «Fino a quando non spunti luminoso il giorno» 1Pt 1,19, ndr), perché eravamo nel tempo pasquale. Mi riferivo al cero pasquale che arde nella notte e saluta le prime luci dell’alba quando il giorno nasce. La nostra vita è tutta un giorno che il Signore ci ha dato. Io penso che fino a quando questo giorno luminoso del suo incontro concluderà la giornata terrena noi camminiamo con Lui alla sua luce.

Secondo il decreto conciliare “Christus Dominus” il ministero di evangelizzare il popolo di Dio è uno dei principali doveri dei vescovi: come svolgere questo compito?

Il compito di evangelizzare dei vescovi dipende dal fatto della loro successione apostolica. È agli apostoli che il Signore chiede di essere testimoni, annunciando il Vangelo ad ogni creatura. È il primo annuncio della salvezza che il vescovo come successore degli apostoli deve portare dovunque. Ovviamente tenendo conto di quelle che sono le situazioni particolari, di quelle che sono le capacità di comprensione di chi lo ascolta, di quello che è il modo con cui questa parola del Vangelo può essere una parola colta perché libera, perché guarisce, perché apre alla concordia. Quindi tentando anche la strada di riconoscere come alcuni dei valori umani secondo le espressioni dello stesso Concilio siano già il segno dell’apertura al messaggio della salvezza.

Sempre secondo il decreto conciliare «i vescovi devono esporre la dottrina cristiana in modo consono alle necessità del tempo in cui viviamo: in un modo, cioè, che risponda alle difficoltà e ai problemi, dai quali sono assillati ed angustiati gli uomini d’oggi»: qual è la modalità che ritiene più appropriata al tempo presente?

Io ho detto che il modo di farlo deve corrispondere a quello che le persone già vivono dentro di sé e sentono. C’è una parola del Vangelo che domanda di essere detta con assoluta chiarezza, senza cedimenti alla ricerca di consensi facili. Bisogna dirla anche quando questo passo del Vangelo giudica una situazione non conforme a quella che è la dignità della persona umana, non conforme a quella che è la preziosa realtà della vita, bisogna dirla con estrema chiarezza anche quando essa può diventare tra la gente e tra i popoli motivo di speranza di una riconciliazione. Le difficoltà e i problemi sono molti. I problemi non si superano da soli, nemmeno le difficoltà. È chiaro allora che il messaggio del Vangelo oggi domanda di essere esposto nello stesso tempo con chiarezza, con aderenza a quelli che sono i momenti in cui oggi si vive, ma con la prospettiva di una realtà nuova che nasce dall’accoglienza dello stesso Vangelo.

Qual è stato il momento più difficile del suo ministero?

Non è facile dire quale sia stato il momento più difficile. Noi viviamo di un insufficiente ricambio nel clero, nel presbiterio diocesano, e anche di una carenza di vocazioni al sacerdozio. Questo è un grosso problema che ipoteca il futuro di una Chiesa, se non avessimo la certezza che la fede sostiene una speranza che già si sta vedendo, la speranza di alcuni giovani che pensano di donare la loro vita a Cristo, ma anche l’entusiasmo e l’impegno dei giovani preti che sono motivo di speranza. L’entusiasmo dei più giovani, l’impegno dei più giovani unito alla saggezza, alla fedeltà, alla fatica quotidiana degli altri preti è ciò che consente di superare qualsiasi momento difficile, qualsiasi difficoltà.

Quale l’esperienza che le ha dato più soddisfazione pastorale?

In primo luogo le visite pastorali, l’incontro con le persone, sia in città che in tutti i paesi del circondario. L’incontro immediato con le persone e con i sacerdoti sul posto del loro impegno pastorale. Secondariamente il convegno ecclesiale. In terzo luogo l’incontro con i giovani.
Certo per un vescovo la cosa più bella è poter dare un segno della sua paternità nell’ordinazione sacerdotale. Questo e quello del Giovedì Santo sono momenti bellissimi.

Qual è a suo avviso il sostantivo che meglio descrive il ruolo del vescovo oggi?

Secondo me dovrebbe essere padre o pastore, l’uomo che crea comunione e unità, che nella comunione vive l’unità.

Come ha visto cambiare Trieste in questi 11 anni?

Noto una specie di concordia ritrovata tra istituzioni, per cui alcune cose finalmente crescono. Il Porto ha una sua prospettiva nuova, la scienza è un fatto che caratterizza la città. Certamente c’è una maggiore distensione nei rapporti tra i cittadini. Anche il rapporto con le comunità religiose è un rapporto sereno. Infine la questione della memoria: mi pare che vada lentamente riconciliandosi.

Quali sono le sfide che consegna al futuro?

Saper oggi realizzare ciò che consente di avere un domani più sereno, un domani in cui il progresso umano e civile sia garantito, un domani nel quale anche certe situazioni dei lavoratori, degli stessi emigrati, siano delle situazioni a cui sia data speranza di adeguate risposte.

Un pastore conosce le sue pecore e sa di che cosa hanno bisogno: di cosa hanno bisogno le pecore triestine?

Le pecore hanno bisogno di essere accolte, di essere ascoltate, di essere capite, di non essere giudicate, ma di sentirsi amate, conosciute e amate, solo successivamente di essere orientate. Questo a prescindere da quella che è la loro condizione spirituale.

 
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