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Intervista ad Enzo Bianchi PDF Stampa E-mail
Scritto da Giorgio Pilastro   
giovedì 17 aprile 2008
L'8 dicembre del 1965 si chiude il Concilio Vaticano II. Lo stesso giorno Enzo Bianchi (allora ventiduenne) decide di ritirarsi in solitudine in una cascina a Bose (vicino ad Ivrea). Qualche anno più tardi lo raggiungono altre persone (uomini e donne, cristiani di chiese diverse). Formano la comunità monastica di Bose. Nel 1971 viene approvata la loro Regola: un nuovo progetto di monachesimo, vissuto nella tradizione della preghiera e del lavoro. Una comunità “addossata al deserto”, afferma padre Enzo Bianchi, diventato priore della comunità. «Il deserto ha una valenza eterna. La nostra fede è nata nel deserto. La fede degli ebrei è nata nel deserto. Ed anche oggi gli uomini vanno nel “deserto” per cercare la parola di Dio». Una scelta di vita solitaria. La giornata della comunità è scandita tra la preghiera comune e quella personale. Poi il lavoro, unico sostentamento dei circa ottanta monaci oggi presenti a Bose. Infine il silenzio, il grande silenzio. «La vita solitaria è possibile, ma solo per chi ha mostrato a lungo di saper vivere con gli altri. Altrimenti sovente assomiglia ad una fuga e nella vita eremitica si trovano spesso persone singolari che preferiscono vivere da sole, perché non riescono a sopportare gli altri e gli altri non riescono a sopportare loro».

La vostra esperienza monacale è, comunque, fortemente inserita nella società attuale. Lei l’ha definita post-cristiana. Cosa intende con questa espressione?
Intendo dire che la nostra è una società in cui la cristianità, cioè quella coincidenza tra società e popolo cristiano, è venuta meno. E, lo si voglia o no, ormai i cristiani sono una minoranza all’interno della nostra società. Quindi post-cristiana in questo senso. La maggior parte degli uomini vive nell’indifferenza religiosa. Non c’è un’opposizione vera e propria al cristianesimo o alla fede cristiana, come ai tempi della concorrenza tra il cristianesimo e le ideologie messianiche politiche. Attualmente c’è, invece, un cristianesimo che non è più auto-evidente. Non è neanche in grado di fornire una cultura ad una società che è diventata plurale, anche nell’etica. È la nuova situazione in cui si trova a vivere il cristianesimo in Europa.

Nel suo libro “La differenza cristiana” (Einaudi Editore) lei descrive il rapporto tra il mondo cristiano e quello laico in termini di conflitto. C’è davvero un conflitto in atto?
Direi di sì. Anzi, si è aggravato rispetto a due anni fa, quando ho scritto “La differenza cristiana”. Perché allora era un conflitto dovuto soprattutto all’incomprensione, adesso è diventato un conflitto più acceso, c’è una vera e propria ostilità. E, mentre fino qualche anno fa si cercava di colpire soprattutto gli effetti del cattolicesimo in politica o nella società, adesso abbiamo un certo numero di pubblicisti e di scrittori che attaccano il cristianesimo e attaccano la fede. Questa è una novità. Indubbiamente non si può dire con questo che i cristiani nella società occidentale siano assediati: sarebbe un’affermazione che non darebbe conto della testimonianza di tanti cristiani in altre zone del mondo, dove sono veramente perseguitati. Però è vero che c’è un conflitto e che in questi ultimi due o tre anni si è accresciuta l’incomprensione reciproca. Sono pochi i laici che vogliono ancora dialogare con i cristiani.

Lei fa spesso autocritica. Quali sono gli errori compiuti dai cristiani in questa difficoltà di dialogo?
L’errore più grande è quello di comunicazione. Sembra davvero che non solo i cristiani laici, ma alcune volte anche le figure istituzionali ecclesiastiche stesse, non siano capaci di parlare, di farsi capire. Quante volte assistiamo ad un pronunciamento, poi si attende la reazione e, quindi, segue una smentita o una correzione. Questo atteggiamento indica, certamente, un’incapacità di comunicare, ma toglie anche autorevolezza alle voci ecclesiali. I cristiani, poi, hanno questa incapacità a testimoniare la loro fede e i loro valori a livello antropologico. Per cui, sovente, adottano ancora un linguaggio dogmatico e confessionale che i non credenti non capiscono e finiscono, quindi, per giudicarli dei fondamentalisti e degli integralisti. La colpa è nostra, perché non siamo capaci di far comprendere che i valori che difendiamo sono tutti al servizio dell’umanizzazione.

C’è una urgente necessità di nuovi linguaggi, di nuovi parametri linguistici?
Certamente. È necessario farci capire. E poi il cristianesimo ha anche un’altra particolarità: non è solo una questione di contenuti, ma anche di stile. Noi possiamo anche affermare dei contenuti buoni, ma se lo facciamo con uno stile che non è conforme al Vangelo e a Gesù Cristo, finendo per avere un atteggiamento offensivo, ostile, di arroganza e di prevaricazione, allora, secondo me, le difficoltà del dialogo aumentano.

Lei afferma anche che il cristianesimo non parla al mondo moderno per «un difetto di coerenza tra quello che i cristiani predicano e quello che vivono».
Questo è vero, ma non vorrei enfatizzarlo. I cristiani sono sempre inadeguati rispetto al Vangelo: noi tutti siamo mancanti. C’è, però, una novità. Oggi si permette a molti di difendere quei valori cristiani, che loro per primi — nella loro vita — non hanno saputo né difendere, né vivere. E questo, direi, con una specie di accettazione pacata da parte di tutti, mentre ciò dovrebbe essere scandaloso. E richiederebbe a questi cristiani di non assumere toni arroganti, ma di avere, invece, un atteggiamento di umiltà, confessando che la loro fragilità è come quella degli altri, che non riescono a vivere le leggi della Chiesa, come la fedeltà matrimoniale o l’etica sessuale. Io credo che si tratti solo di essere realisti e di non voler dare lezioni agli altri o costringerli su vie quando noi stessi siamo stati incapaci di percorrerle.

Cosa pensa degli “atei devoti”?
Io non credo che dobbiamo schierarci, demonizzarli o applaudirli. Ci vuole, però, una vigilanza. Noi non possiamo lasciare che la fede cristiana e che Gesù Cristo siano ridotti semplicemente ad un “vaso” di valori, che sono da difendere perché valori della tradizione o culturali. In questo caso diamo al cristianesimo una valenza politica, addirittura di ideologia regionale o nazionale, che lo uccide nella sua qualità profetica.

Sono più pericolose le derive verso il cristianesimo inteso come “religione civile”?
Devo dire la verità: ho temuto molto di più per questa ipotesi due o tre anni fa che non adesso. Ho l’impressione che anche quelle figure ecclesiali, che potevano sembrare orientate a declinare in termini di religione civile il cristianesimo, oggi non abbiano più quella forza e quella voce. Mi sembra, quindi, che quella ipotesi sia stata sconfitta all’interno del cattolicesimo italiano. Mi sembra. Me lo auguro.

Per religione civile intende il cristianesimo che vuole diventare un’identità culturale?
Esattamente. Quando il cristianesimo viene vissuto non come fede in Gesù Cristo, ma come un insieme di valori. Il cristianesimo che serve per segnare le date della nascita, della morte, della maturità dell’uomo, delle nozze, ma senza più il rilievo della fede e del Vangelo con tutta la sua forza profetica. E questo purtroppo, avviene in parecchi Stati. Un fatto che mai era stato accolto dal cattolicesimo, che anzi aveva sempre avuto, eventualmente, un’altra istanza, quella di una critica nei confronti dell’autorità politica e dello Stato. Quante volte è stato addirittura accusato di essere incapace di accettare la comunità politica nella quale i cristiani erano presenti?

Perché non esiste, all’interno del cattolicesimo, un dissenso “leale”, come lo definisce lei? Mancano gli spazi o manca il coraggio?
Sono carenti entrambi. Noi oggi non viviamo più i tempi in cui c’era un’effervescenza, che ha prodotto la contestazione, sovente anche non legittima e certamente non evangelica. Oggi qual è il problema? In realtà si rischia di aprire lo spazio ad una chiesa che vive come se l’altra chiesa non ci fosse.

Uno scisma sommerso?
Uno scisma sommerso, come afferma il filosofo Pietro Prini. In cui non si consuma nulla di scismatico o di divisione a livello esterno. In realtà, però, le chiese finiscono per essere due, l’una che ignora l’altra. Questo è un vero problema perché credo che la Chiesa debba essere una ed una sola. Certo poi manca anche un’opinione pubblica nella Chiesa: c’è un appiattimento. Diciamo pure che c’è anche paura. Qualcuno, infatti, ha fatto l’esperienza che anche con una critica leale è stato poi umiliato o messo da parte. Poi certamente c’è il crescere di un popolo di adulatori, di quelli che si convertono, di quelli che cambiano le prospettive. Quanti sino a qualche anno fa osannavano il Vaticano II ed oggi diffidano dal parlarne e dal ricordarlo?

C’è, secondo lei, in atto una revisione del Concilio?
Io spero di no. Credo semplicemente che, mentre prima era indicato come un faro e una luce a cui obbedire, adesso si tace e si diffida verso di esso. Molti dei sostenitori del Concilio, anche quelli che mi hanno insegnato ad ubbidirvi, oggi quasi mi inviterebbero, con il loro silenzio, a diffidarne.

Cos’è cambiato?
I tempi. Io dico sempre che il vento adesso è contrario. Uso spesso questa formula. Oggi c’è un vento che tende a spegnere i fermenti, che teme qualunque dinamica e qualunque novità.

Ritorniamo al tema delle due chiese. La separazione è tra la chiesa comunità dei credenti e la chiesa intesa come gerarchia ecclesiastica?
Non direi una separazione tra chiesa comunità dei credenti e chiesa gerarchica. Anche perché credo che, se c’è una linea che si esprime con accenti diversi, questa attraversa anche l’episcopato. Di conseguenza non è in termini di chiesa gerarchica che si oppone ad una chiesa di base.
Questo non l’ho mai creduto.
Credo che ci siano delle sensibilità differenti, che, invece di essere vissute in modo dialettico ed in comunione, oggi tendano in qualche misura alla squalificazione reciproca.

Come si inseriscono i valori cristiani nella società pluralista e democratica? Il cristianesimo ha difficoltà a convivere con la democrazia?
Spero di no, anche se alcuni pongono il dubbio. Credo che i cristiani devono assolutamente rendersi conto che vivono in una società plurale e che nella democrazia il fondamento della legge lo si trova nel popolo (come dice il termine) e che, con tutti i suoi limiti, quello che conta è il criterio di maggioranza. E questo i cattolici lo devono rispettare. Se lo rispettano significa che sono capaci di essere democratici. Qualora la maggioranza si esprima su linee che non sono possibili per i cattolici, hanno sempre la possibilità dell’obiezione di coscienza. Questo io credo sia qualcosa che il cristianesimo abbia nel suo “dna” e che deve saper attualizzare sempre. Attenzione, però, non come un grimaldello per disintegrare la società politica e lo Stato. Senza queste tentazioni. Ma di fronte a certe leggi, che pur la maggioranza approva, i cattolici non sono obbligati a viverle.

Lo Stato cerca il male minore e non il bene massimo?
Certo. Non possiamo far altro. Come la legge sul divorzio. Se ci sono cristiani protestanti che lo ammettono, gli ebrei che lo ammettono, gli uomini non cattolici che lo ammettono, noi dobbiamo far sì che lo Stato legiferi anche la possibilità del divorzio. Noi cattolici ci asterremo dal divorziare, se avremo la forza di vivere coerentemente il Vangelo.

È pensabile un’etica comune nella società moderna?
Va cercata. Come convergenza. Non credo che ci sarà mai. Bisogna cercarla altrimenti la nostra società va verso la barbarie. Secondo me il vero scontro di civiltà, che io temo per il futuro, non è tra l’Islam ed il cristianesimo o tra religioni, ma tra etiche che, nella misura in cui si induriscono e diventano fondamentaliste, possono scatenare delle guerre.

Una battuta finale. Cos’è la differenza cristiana?
È semplicemente credere che l’amore vince la morte.
 
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