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Intervista a Linda Bursich ed Eleonora Buzzanca PDF Stampa E-mail
Scritto da Tiziana Melloni   
giovedì 28 febbraio 2008
Il Ciad è al 167° posto (su 177) nella classifica dello sviluppo umano: il 54% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (meno di un dollaro al giorno), solo l’1% della popolazione può accedere all’energia elettrica, solo il 27% all’acqua potabile, il 90% delle abitazioni sono precarie; il 36% dei ciadiani non raggiunge i 46 anni di età. Un problema particolare di questo Paese, come di tutta l’Africa sub-sahariana, è costituito dalle donne affette da fistole vescicouterine. Le donne in questo stato sono molto numerose in Ciad, anche se non se ne conosce il numero esatto. La maggior parte vive nei villaggi, col volto coperto. Date dai genitori in matrimonio forzato all’età di 12 o 13 anni, sono divenute “fistolose” dopo un parto difficile. Dopo le cure in ospedale, alcune sono accolte dai parenti, altre no. Sebbene non siano più malate la società, soprattutto i mariti, non le vogliono.
Un gruppo di ragazzi dell’Istituto d’arte “Nordio”, insieme ad alcuni volontari della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, guidati dall’insegnante di religione don Giuseppe Colombo, da alcuni anni sta collaborando ad un progetto di reinserimento sociale delle donne affette da fistole, realizzando insieme a loro nella capitale, N’Djamena, un laboratorio di tessitura, ricamo e stampa su stoffa. Un gruppo di giovani era partito anche quest’anno, il 26 gennaio scorso. La loro esperienza ha avuto però durata molto breve: già il 31 gennaio veniva annunciato l’avvicinamento di gruppi di ribelli nella capitale; il 1° febbraio la situazione si faceva critica, con l’ingresso in città degli oppositori del presidente in carica Idriss Deby Itno. La console italiana Ermanna Favaretto, insieme alle autorità francesi, si è preoccupata quindi immediatamente del rimpatrio dei ragazzi, che erano accompagnati, oltre che dal professor Colombo, anche dal docente di geometria descrittiva Schumann e dalla signora Bursich, mamma di Linda. Due delle partecipanti al viaggio, Eleonora Buzzanca e Linda Bursich, allieve del “Nordio”, ci hanno raccontato la loro avventura.

Quale era il vostro programma?
Avevamo portato con noi filati di cotone e stampi per le stoffe destinati al laboratorio delle donne guarite dalle fistole. Avremmo dovuto poi continuare il lavoro di pittura dell’asilo, con dei murales ispirati alla natura. Un altro aspetto del soggiorno a N’Djamena era quello di conoscere alcune ragazze del liceo “St. Etienne” per iniziare degli scambi culturali. Infatti ci eravamo preparate una lezione sull’Italia, mentre loro avrebbero dovuto presentarci il loro Paese.

Cosa siete riusciti a fare?
Pensiamo la cosa più importante: visitare l’ospedale, dove abbiamo conosciuto alcune donne affette dalle fistole ed il medico che le sta curando. È stato un incontro emozionante, quando abbiamo dato loro dei piccoli doni per la cura della loro persona ci hanno ringraziato commosse, non ci sembrava possibile averle fatte felici con così poco. Poi abbiamo consegnato il materiale alla “boutique” ed abbiamo visto come si svolge il lavoro. Abbiamo incontrato per una mattina alcuni alunni del liceo e siamo riusciti anche ad imbiancare le pareti dell’asilo, che avremmo poi dipinto... se fosse stato possibile!

Come avete vissuto il momento della guerra?
Non ci siamo resi conto subito della gravità della situazione, anche perché — ci è stato spiegato — i movimenti di ribelli intorno alla capitale sono considerati “di routine” da quando è in carica Deby. Il fatto che stavolta siano riusciti ad arrivare quasi al palazzo presidenziale ha colto tutti di sorpresa. Comunque i soldati francesi hanno fatto radunare i cittadini stranieri da rimpatriare in tre punti della capitale: noi eravamo nel liceo francese insieme ad altri 300 europei. Già la sera del 2 febbraio dei mezzi blindati della Croce rossa ci hanno portato all’aeroporto della base militare francese, dove un aereo faceva la spola tra N’Djamena e Libreville, in Gabon. Da qui siamo partiti per Parigi.

Cosa vi ha colpito di più?
Il fatto che molte persone uccise negli scontri sono rimaste per giorni nelle strade senza che nessuno potesse raccoglierle e che parecchi abitanti della città sono morti a causa del crollo dei tetti di lamiera delle loro povere case: tutto questo però ci è stato raccontato in seguito. Degli scontri veri e propri abbiamo sentito gli spari, sempre più vicini, e il boato dell’esplosione del palazzo del Ministero del Tesoro, situato non lontano dal liceo.

Quale idea vi siete fatte dell’Africa, pur in un tempo così breve?
Ci è sembrato molto strano che ancora oggi possano esserci dei conflitti etnici così radicati. L’impressione è che non finiscano mai e che ogni volta bisogni ricominciare da capo. La boutique per esempio è stata totalmente saccheggiata. È rimasto solo un telaio metallico, per ora le ragazze useranno quello. Ci hanno colpito le persone: pensando alle donne e ai bambini dell’asilo che abbiamo incontrato, ci siamo resi conto che a loro basta pochissimo per essere allegri, rispetto a noi hanno altri valori.

Tornereste a N’Djamena?
Anche subito, se fosse possibile. Ora stiamo pensando di organizzare delle cene “etniche” di beneficenza per gli amici della scuola e della parrocchia, con prodotti equo solidali, per raccogliere fondi e rimettere in piedi la boutique.
 
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