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A 70 anni dalle leggi razziali |
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Scritto da Alessandra Scarino
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giovedì 31 gennaio 2008 |
Il 14 luglio del 1938 veniva pubblicato sul Giornale d’Italia il
“Manifesto degli scienziati razzisti” Era l’inizio di un itinerario di
documenti e provvedimenti legislativi che nel corso del 1938 andarono a
costituire il corpus delle leggi razziali che colpivano
indiscriminatamente tutti gli ebrei. A 70 anni dalla loro
promulgazione, all’interno delle iniziative promosse dall’Assessorato
alla cultura del Comune di Trieste e realizzate dai Civici Musei di
Storia ed Arte in occasione della Giornata della Memoria 2008, giovedì
24 gennaio è stata organizzata presso la sala conferenze della Risiera
di San Sabba la tavola rotonda moderata dal giornalista e scrittore
Pietro Spirito «70 anni fa le leggi razziali: il punto storiografico».
Aprendo la discussione, Giovanni Belardelli, professore associato di Storia del pensiero politico contemporaneo presso l’Università degli Studi di Perugia, ha rilevato che solo negli ultimi dieci anni sono apparsi studi veramente significativi sul rapporto tra fascismo e leggi razziali, molti dei quali contestano alcuni luoghi comuni sui retroscena di questo attacco antisemita, quale, in primis, la spiegazione che ricollega le leggi italiane all’alleanza con la Germania. Se il nazionalsocialismo inizia la sua ascesa già con marcate coloriture antisemite, il fascismo delle origini sembra indifferente alla questione, al punto che non pochi sono all’epoca gli ebrei squadristi. Un primo cambiamento di quadro si ha intorno alla metà degli anni ’30, quando nel gestire i rapporti con l’Etiopia il governo fascista ritiene opportuno per ragioni di pulizia etnica proibire mescolanze tra soldati italiani e donne etiopi. Questa presa di posizione, secondo Belardelli, fu l’anticamera di un nuovo modo di concepire i rapporti tra le diverse etnie e l’inizio di quel processo discriminatorio che culminò nelle leggi razziali. Oltre a mettere in secondo piano l’influenza del nazionalsocialismo sulla politica antisemita di Mussolini, la storiografia dell’ultimo decennio ha affrontato il tema delle reintegrazione degli ebrei superstiti nella società italiana e ha mostrato tutte le difficoltà che essi incontrarono nella lotta per ritornare in possesso del lavoro, della casa e di tutti i beni sottratti. La Repubblica spesso reagì in modo brusco e scostante, considerando la questione come una noia burocratica provocata da un gruppo di seccatori. Anche Ester Capuzzo, docente di Storia contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma, ha sottolineato il rinnovamento degli studi dell’ultimo decennio, studi che cercano di collocare in uno scenario più ampio la questione delle leggi razziali italiane. Questi studi, oltre a cercare nella storia italiana le radici del razzismo esploso nel ’38, focalizzano un’altra pagina della nostra storia densa di ambiguità: la reintegrazione con la Repubblica. Critica nei confronti delle facili schematizzazioni della storiografia passata anche la posizione di Roberto Chiarini, docente di Storia contemporanea presso l’Università statale di Milano: per troppo tempo la responsabilità delle leggi razziali è stata addossata unicamente a Mussolini e alle alte gerarchie del governo, a cui si contrappongono tutti gli altri italiani assolti genericamente da qualsiasi responsabilità. Si tenta oggi di seguire il filo dell’antigiudaismo che attraversa secoli della nostra storia, coinvolgendo anche il cattolicesimo. È facile in sede storiografica e anche esistenziale restringere il più possibile il campo di ricerca approdando ad una responsabilità troppo individuata che lascia libero gioco all’autoassoluzione. Ma la realtà è molto più complessa, tramata di tendenze e processi profondi che anche nel presente scuotono le coscienze. Il giornalista e saggista Gianni Scipione Rossi ha manifestato delle perplessità critiche intorno all’attribuzione semplicistica e univoca delle responsabilità in certi tragici frangenti della storia. Come mai nel ’38 l’italiano medio non si stupì e non reagì? La giustificazione della dittatura che metteva tutti a tacere non tiene, visto che esistevano ancora, secondo Rossi, margini di libertà in cui era possibile fare resistenza. L’indifferentismo generale di allora richiede dunque una contestualizzazione più ampia: non possiamo infatti negare che l’antisemitismo allora era molto diffuso e che le leggi razziali trovarono un terreno fertile. Il Giorno della Memoria ha senso, ha concluso Rossi, non solo per ricordare e impedire così con la continuità della memoria che orrori del genere si ripetano, ma soprattutto per scuotere la nostra coscienza, per smantellare le nostre autoassoluzioni. Questo dobbiamo ricordare nella Giornata della Memoria, e soprattutto che l’antisemitismo è ancora intorno a noi, magari in forme più evolute, meno visibili e politicamente corrette, ma comunque vivo, come un virus che cerca organismi deboli da attaccare per diffondere in modo subdolo il contagio.
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