Con un poco di Zucchero la canzone va giù

“Sogno qualcosa di buono che mi illumini il mondo, buono come te, che ho bisogno di qualcosa di vero, che illumini il cielo, proprio come te!”   Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, ha creato con successo una sorta di blues mediterraneo fondendo vari stili, che spaziano dalla musica soul statunitense alla linea melodica italiana, dal […]

“Sogno qualcosa di buono che mi illumini il mondo, buono come te, che ho bisogno di qualcosa di vero, che illumini il cielo, proprio come te!”

 

Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, ha creato con successo una sorta di blues mediterraneo fondendo vari stili, che spaziano dalla musica soul statunitense alla linea melodica italiana, dal rock-blues vicino al progressive al folklore tradizionale e popolare. Nei suoi testi sovente ricorre il termine “anima”, come nella celebre canzone: “Così celeste” del 1995: «Un altro sole, quando viene sera, sta colorando l’anima mia. Potrebbe essere di chi spera ma nel mio cuore è solo mia!».

Anche nel brano già menzionato (“Il volo”) in corsivo all’inizio dell’articolo, Zucchero desidererebbe, con un’atmosfera un po’ ipnotica sottolineata dal volo dei gabbiani nella videoclip, potersi sollevare ed aleggiare, magari trasportato da un autentico spirito divino e non di Vino, come suggerisce ironicamente il titolo dell’album: «Che bella quiete sulle cime, mi freddi il cuore e l’anima (…). Siamo caduti in volo, mio sole, mio cielo». Il cielo, il vento, il volo, l’anima ricorrono frequentemente nei suoi testi, sin dalle sue prime apparizioni al Festival di Sanremo, come nella: “Una notte che vola via” del 1982: «È una notte che vola via se solo chiudo gli occhi, è una stella che vola via, ti amo e non basta…», oppure come in: “Nuvola” del 1983: «Sarà lontano il cielo, fantasticando con l’armonia dei tuoi capelli riprendo il volo. Nel vento caldo l’aria che già respiro profuma di noi…». Anche se il suo idolo ed artista di riferimento è stato Joe Cocker, il cantante noto per la sua voce graffiante e “nera” (intesa come blues), Zucchero ha collaborato con tanti acclamatissimi artisti di vario genere, dai Blues Brothers a Pavarotti, da Ray Charles a Francesco Guccini, da Sting a Gino Paoli, da Miles Davies a Ennio Morricone, da Eric Clapton a Bocelli, per non parlare di molti altri. Le sue canzoni, ben arrangiate ed interpretate con originalità, hanno avuto consensi in tutto il mondo, basti pensare al solo LP: “Oro, incenso e birra” del 1989, che ha venduto più di 8 milioni di dischi. In quell’album, una canzone: “Madre dolcissima” ribadiva l’esigenza frustrata della salvezza dell’anima: «E mi riperdo perché non ho più un Dio, non ho e ho perso l’anima, vago nel vento…».

Interessante è lo svolgersi della medesima canzone, che passa da un resoconto ripetitivo e sterile di varie news di sottofondo, come provenienti da un mondo lontano, al grido di dolore e di richiesta di aiuto: “Mamma salvami l’anima, Jesus is breaking” ripetute per ben quattro volte. Anche nell’emblematica “Overdose d’amore”, Zucchero esclama e grida il suo desiderio d’amore: «Ho bisogno d’amore, perdio, perché se no sto male (…) di una donna, di un uomo e di un cane e dell’amore di Dio». Nel “Miserere”, in duetto con Pavarotti, Zucchero confessava i suoi peccati e chiedeva a chi apparteneva l’anima sua e quale fosse il senso della sua vita: «Ma che mistero è la mia vita, sono un peccatore dell’anno 80.000, un menzognero! Ma dove sono, cosa faccio, come vivo? Vivo nell’anima del mondo…». In un altro brano, dal titolo eloquente: “Quale senso abbiamo noi” del 2013, egli cantava: «Di che vita sa questa vita qua?». Lo stordimento della birra, del vino, della sensualità sono espressi in un altro brano: “Bacco perbacco” del 2006: «Ci vuole un’altra cosa, forse un’Ave Maria, ci vuole un po’ di mercy quando il sole va via (…). Pane e vino io ti porterò, miele e venere dai campi, che ho l’anima nel fondo del Po». Cantando si impara con Zucchero a temperare l’esigenza sublime del cielo con il valorizzare le cose belle della vita, come nella preziosa Diamante del 1989: «Respirerò l’odore dei granai e pace per chi ci sarà e per i fornai (…). Nuove distanze ci riavvicineranno dall’alto di un cielo, Diamante, i nostri occhi vedranno».

Cantando si impara a sottolineare l’anima popolare che traspare dai volti, dalle mani, dalle voci, come nei brani: “Donne” del 1985 e da: “Voci” del 2016: “Voci di radici, di nebbia e di pioppi che parlano agli argini e che parlano ai matti; voci nella testa, voci contro il tempo che riempiono la vita, restando nel silenzio. Voci che non sento più, voci che sai solo tu. Manca la tua voce, mama don’t cry”. La caratteristica soul dell’artista emiliano si può rintracciare pure in: “Canzone triste”del 1986: “Ho una canzone triste nel mio cuor, allegra ma non troppo, appena spunta il sol…potrebbe funzionare lasciandosi un po’ andare, suonando con vigore più avanti fino in fondo al cuore”.

 

 



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