“Con l’ideologia gay a rischio il senso dell’esistenza umana”

“Ciò che è in gioco è il senso originario dell’esistenza umana!”. Le parole del cardinal Muller alla presentazione del libro di Mattson “Perchè non mi definisco gay” che smonta le tendenze omoeretiche e l’ideologia gay. “L’uomo che cede a inclinazioni disordinate può sviluppare un odio verso Dio e i suoi comandamenti che lo rivelano peccatore. […]

“Ciò che è in gioco è il senso originario dell’esistenza umana!”. Le parole del cardinal Muller alla presentazione del libro di Mattson “Perchè non mi definisco gay” che smonta le tendenze omoeretiche e l’ideologia gay. “L’uomo che cede a inclinazioni disordinate può sviluppare un odio verso Dio e i suoi comandamenti che lo rivelano peccatore. Soltanto attraverso la grazia redentrice veniamo creati di nuovo”. Per il prefetto emerito della Cdf, Mattson ha avuto “coraggio nell’opporsi all’Internazionale pansessista” perché “identificare se stesso come gay significa ridurre l’intera ricchezza dell’essere umano a mera attrazione sessuale”. Poi l’affondo sull’omofobia: “Un termine provocatorio usato con l’intento di screditare a priori ogni alternativa all’ideologia dei movimenti gay o gender. E chi soffre di problemi di disorientamento sessuale, ma si rifiuta di abbracciare questo movimento, viene subito bollato come traditore”.
Pubblichiamo la lectio magistralis pronunciata dal Cardinale prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede Ludwig Gherard Muller alla presentazione dell’edizione italiana del libro di Daniel Mattson Perché non mi definisco gay (Cantagalli) che si è svolta ieri a Roma promossa da Courage Italia. (Testo non rivisto dall’autore)
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Innanzitutto vorrei congratularmi con l’autore del libro «Why I don’t call myself gay» – disponibile adesso anche in traduzione italiana – per il suo coraggio davvero straordinario. Perché coraggio è proprio quel che ci vuole per contrapporre, all’«Internazionale pansessista», la dottrina cattolica sull’origine della differenza tra i sessi espressa nella volontà creatrice di Dio. E come vedremo, l’autore – non contento di contestare la radicale antropologia anticristiana che riduce l’uomo a puro desiderio sessuale – riesce anche ad avanzare dei validi argomenti per indicarne i punti deboli e le catastrofiche conseguenze.
Ma vorrei ringraziare l’autore anche per l’aiuto che lui offre a tutte le persone afflitte dalla «same-sex-attraction». Per lui, il riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso come se fossero unite in matrimonio, non indicherebbe il successo della «Homosexual Liberation» – come John Murphy la definisce nell’omonimo libro cult (1971) –, ma piuttosto il fallimento del vero processo di liberazione di queste persone, che verranno così private della verità su loro stesse, l’unica verità che rende davvero liberi. Con la sua chiara distinzione tra la dignità inviolabile della persona e il comportamento (behaviour) giusto o sbagliato, la Chiesa cattolica è la vera avvocatessa dell’uomo – sia per quanto riguarda il fallimento, che il successo nell’intento di perseguire il bene.
Il libro comincia come una biografia e mantiene questo tratto del coinvolgimento personale anche per il resto del libro, introducendo il lettore poi in una profonda riflessione teologica e filosofica. In questo senso, il presente libro mostra delle notevoli analogie con le Confessioni di Sant’Agostino, al quale l’autore si riferisce espressamente, attingendo anche dalla sua profonda conoscenza dei Padri della Chiesa, di San Tommaso, nonché di altri autori spirituali e di teologia morale. Questo libro non vuole essere un’auto-giustificazione, puntando magari il dito sugli altri, sulla società o persino contro la Chiesa cattolica, per ritenerli colpevoli della propria condizione o inclinazione.
In tutta la sua schiettezza, l’autore rimane comunque sempre discreto e rispettoso dei limiti del pudore, non cadendo mai – come spesso accade quando un autore rende pubblica la propria omosessualità – nella trappola di assegnare al lettore il ruolo del «guardone». In fin dei conti, fa anche parte della dignità dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, che egli, dopo il peccato originale, rispetti l’altro, in modo da non ridurlo a oggetto della sua sensualità disordinata o delle sue incontrollate passioni. La contemplazione erotica della nudità infatti è riservata soltanto all’amore coniugale (cfr. Gen 1,24s).
La disintegrazione di sexus e eros viene superata mediante la Redenzione. Il matrimonio sacramentale è il luogo dove avviene l’intrinseco orientamento di sexus e eros verso la loro integrazione nell’agape. L’agape è l’amore che si realizza nel dono di sé, rivelando così anche la sua origine in Dio, che, nella vita trinitaria, è l’amore stesso.
Essere attratti da persone dello stesso sesso, non è di per sé un peccato personale. Soltanto laddove si consente ad un comportamento che è contrario alla sacra e salvifica volontà divina, si imbocca la strada della colpa. Siccome la sola presenza di un disordine negli impulsi psichici e fisici non è qualcosa che ci rende colpevoli dinnanzi a Dio e agli uomini, essa non dovrebbe neanche sbocciare in complessi di colpa. Con l’aiuto della grazia e un po’ di buona volontà, l’uomo riesce a fare il bene, evitando il male. Con la grazia di Dio, la castità – e cioè la sessualità ordinata all’amore – è possibile sia nel vincolo del matrimonio che nella forma di astinenza, come nel caso di persone non sposate o consacrate. Ma il peccato originale ha fatto sì che un certo desiderio disordinato sia presente in tutti gli uomini. Si tratta di una sessualità morbosa, opposta alla naturale inclinazione all’amore disinteressato, dominata con difficoltà dalla ragione. E questa concupiscenza non si riferisce solo agli impulsi sessuali, ma a tutte le inclinazioni, a tutti gli stimoli mentali, psichici e fisici.
Quando l’uomo cede alle inclinazioni disordinate, rimanendo intrappolato in esse, può anche succedere che egli sviluppi un odio verso Dio e i suoi comandamenti che lo rivelano peccatore. Soltanto attraverso la grazia redentrice veniamo creati di nuovo, anche se l’inclinazione al peccato rimane. Essa è inclinazione al peccato, ma non peccato in sé, come dice il Concilio di Trento, e, come tale, funge da strumento di indagine e di maturazione più profonda, nell’obbedienza della fede nei confronti di Dio.
Il peccato originale ha ferito la natura umana, ma non l’ha distrutta. L’uomo è chiamato a diventare partecipe della Figliolanza di Dio, attraverso la grazia della giustificazione e dell’ascesi spirituale. L’aiuto dello Spirito Santo ci rende capaci di sconfiggere i desideri della carne e cioè la natura scissa in realtà spirituale-corporea e sociale, nonché la struttura altrettanto divisa della personalità. «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.[…] Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,22-24).
L’identità dell’uomo nasce dal suo rapporto con Dio, che è il garante della nostra dignità e libertà. Noi riconosciamo Dio come origine e meta degli uomini. Il senso della vita non può consistere nel soddisfare i sensi, gli stimoli, i nostri desideri sessuali, ma soltanto nella ricerca della verità e nel fare il bene.
Ed è per questo che l’autore giustamente si rifiuta di farsi sequestrare – a causa della sua attrazione per lo stesso sesso – da un’ideologia che, partendo da questa inclinazione disordinata, inventa una terza categoria accanto alla categoria dell’uomo e della donna: quella del gay.
Nell’ideologia gender, questa categoria viene amplificata all’infinito, fabbricando, da qualsiasi forma di preferenza sessuale, una propria identità sessuale. Identificare se stesso come gay, o farsi identificare come tale, significa dunque ridurre l’intera ricchezza dell’essere umano, lo sviluppo dei talenti intellettuali e artistici, la responsabilità per il mondo, nonché l’apertura alla trascendenza con la vocazione alla vita eterna, a mera attrazione sessuale suscitata da persone dello stesso sesso.
Quest’immagine dell’uomo dovuta a una costruzione sociale, si contrappone all’antropologia cristiana, orientata alla natura creata dell’uomo e alla rivelazione della verità e dell’amore di Dio. Il fatto che un termine come quello di gay sia nato da un’invenzione teorica, trasforma la normalità del vincolo matrimoniale tra uomo e donna in una variante della natura umana. La distinzione tra uomo e donna, ad un tratto, cede il posto a due categorie fondamentali di uomini: quelli omosessuali e quelli eterosessuali.
Con il cambiamento della lingua, della terminologia e delle categorie concettuali, cambia la percezione della realtà, ma non cambia la realtà stessa. L’uomo rimane uomo, la donna donna, nonostante il «cambiamento di sesso» artificiale, ma – appunto – non reale. In questo modo era nato anche il termine provocatorio dell’omofobia, con l’intento di screditare a priori ogni alternativa all’ideologia dei movimenti gay o gender. E chi soffre di problemi di disorientamento sessuale, ma si rifiuta di abbracciare questo movimento, viene subito bollato come traditore.
È insita nella natura delle ideologie che essi costruiscano una falsa realtà, che rende l’uomo loro schiavo. Basti pensare alla brutalità con la quale dei governi apparentemente liberali e socialisti, impongono questa agenda con la forza, assoggettando le coscienze di chi la pensa in modo diverso, senza avere il minimo scrupolo. Nel contesto di questo dibattito globale, ciò che è in gioco non sono – come si vorrebbe far credere per placare gli animi – i diritti di una minoranza sinora perseguitata, ma il senso originario e la meta ultima dell’esistenza umana!
Ma che cos’è la natura umana? Qual è il senso e la meta del matrimonio tra un uomo e una donna, quale cellula germinale della Chiesa e della società, fonte della loro felicità e strada verso la perfezione in Dio? Qual è la vocazione espressa nel riconoscimento dell’uomo come persona, se l’uomo è l’unica creatura pensata e voluta da Dio per se stessa – creatura che «non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (GS 24) –, e se la singolare dignità di ogni uomo viene riconosciuta per mezzo della Rivelazione e della ragione (DP 2)? Potrà mai l’uomo, nonostante egli sia una creatura terrena e mondana, trovare compimento in ciò che è terreno e transitorio grazie all’apertura infinita del suo spirito? O non è forse proprio per questo che egli ha una vocazione divina e trova compimento in Dio nell’auto-trascendenza del suo spirito, che avviene attraverso l’uso della ragione e nell’esercizio della libertà?
Sono queste le domande che ci hanno interpellato in tutti i tempi e ci interpellano ancora oggi. La riduzione a creatura animalesca, che fa sì che Dio venga sottratto all’uomo con l’inganno, dividendo la società in bugiardi e ingannati, non costituisce alcun progresso verso la perfezione dell’uomo, ma è un deficit enorme nell’antropologia, abbandonando l’uomo ad una vita priva di senso e alla disperazione. Il paradigma segreto di questa riduzione è il nichilismo.
E le rovine di questa riduzione dell’uomo a creatura mossa solamente dagli istinti, lasciano un retaggio davvero sconcertante: aborto; ricerca logorante sugli embrioni; un grandissimo numero di persone tradite dal coniuge o adulteri loro stessi; bambini e giovani privati della sicurezza di un ambiente in cui possono vivere con i propri genitori; e infine l’ingannevole ri-definizione del matrimonio derubato dalla fondamentale unione tra uomo e donna nell’amore fecondo come «complicità sessuale».
Contrariamente a ciò che si vuole far credere, la rivoluzione sessuale non ha liberato gli uomini da una rigorosa e pudica doppia morale borghese. Essa è piuttosto responsabile della disintegrazione di sexus, eros e agape, che si fondano nella sostanziale unità tra anima e corpo.
L’autore riesce a spiegare, in modo convincente, che una vita secondo i comandamenti di Dio, così come vengono spiegati nella dottrina della Chiesa, non fa ammalare l’uomo, ma lo guarisce dall’interno, dandogli speranza e facendogli scoprire un senso che orienta oltre ciò che è puramente umano. I comandamenti divini, non essendo norme imposte dall’esterno, non richiedono una mera obbedienza formale. Sono invece espressione della volontà di Dio che ci ama, ed è proprio per questo che Egli vorrebbe guarirci dal nostro egocentrismo.
Soltanto nell’amore verso Dio e verso il prossimo, che dobbiamo amare come noi stessi, tutti i comandamenti possono essere soddisfatti in modo salvifico: «Perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti […]. Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5,3s).
Nel passaporto che il Creatore ci consegna, la nostra identità non viene descritta come gay o qualcosa di simile, ma come ciò che siamo davvero: figli e amici di Dio. Aver spiegato proprio questo, attraverso la storia della sua vita e una profonda riflessione, è il grande merito del libro di Daniel C. Mattson. Grazie.
di Gerhard card. Müller – Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede
Fonte: http://www.lanuovabq.it



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