Come ti cambio le cose cambiando i nomi delle cose

Ha dell’incredibile la sentenza di primo grado della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) che, scavalcando ampiamente le proprie competenze, martedì 21 luglio ha dichiarato che «l’Italia è venuta meno al suo obbligo di assicurare» alle coppie omosessuali la tutela giuridica del loro rapporto. E perché, secondo la Corte, l’Italia sarebbe venuta meno a quest’obbligo? […]

Ha dell’incredibile la sentenza di primo grado della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) che, scavalcando ampiamente le proprie competenze, martedì 21 luglio ha dichiarato che «l’Italia è venuta meno al suo obbligo di assicurare» alle coppie omosessuali la tutela giuridica del loro rapporto. E perché, secondo la Corte, l’Italia sarebbe venuta meno a quest’obbligo? Poiché, si legge nella sentenza, tali coppie rientrerebbero «nel concetto di “vita familiare”, ai sensi dell’articolo 8» della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo.

Ma davvero, secondo il testo della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, le convivenze tra persone omosessuali rientrerebbero «nel concetto di “vita familiare”? No: nella Convenzione è dichiarato espressamente, all’articolo 12, che «a partire dall’età minima per contrarre matrimonio, l’uomo e la donna hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto».
Non due persone dello stesso sesso, ma «l’uomo e la donna hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia». Non lo dice il Vangelo né la Chiesa, in questo caso, ma la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo – è bene rimarcarlo più volte – a cui la Corte dice di riferirsi. Questo è l’articolo 12, titolato “Diritto al matrimonio”.

E veniamo al famigerato articolo 8, che la Corte rimprovera all’Italia di non avere applicato.

Articolo 8 (Protocollo 1950), titolato “Diritto al rispetto della vita privata e familiare”:
1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.
2. Non può esservi ingerenza di un’autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.

Quanto al comma 1 è chiaro (o dovrebbe essere chiaro) che l’aggettivo «familiare» – riferito alla «vita» di «ogni persona», degna di «diritto al rispetto» – deriva dal sostantivo «famiglia», nel senso espresso precedentemente all’articolo 12. E la «famiglia» dell’articolo 12 è null’altro che l’unione di due soggetti ben identificabili: «l’uomo e la donna». Ogni altro senso è una forzatura, visto anche che nella Convenzione è assente la parola «omosessuale» e «omosessualità».

Eppure, con una noncuranza che ha del portentoso, la Corte europea fa finta che «famiglia» sia applicabile anche a unioni omosessuali, nonostante questo non sia scritto da nessuna parte. Tanto meno è scritto, come abbiamo visto, nella Convenzione. L’argomento centrale che la Corte indica a sostegno della sentenza è che le coppie omosessuali hanno «diritto» al «riconoscimento giuridico» e alla «tutela del loro rapporto». Perché? Nessuno lo sa, nessuno lo spiega. È così e basta.

La Corte, poi, scivola nel puerile, quando constata che in Italia «la registrazione delle unioni dello stesso sesso è stato possibile», grazie alle «autorità locali» – cioè ai famosi sindaci che, grazie a una farsa, hanno trascritto le «nozze gay» contratte all’estero sui registri comunali. E questo – osservano tristemente i giudici – «ha avuto un valore puramente simbolico, in quanto non ha conferito alcun diritto alle coppie dello stesso sesso». Ovvio: se non c’è una legge che permetta a due uomini o due donne di sposarsi, siamo in presenza della summenzionata farsa.

Ma la sentenza raggiunge il suo apogeo ideocratico quando la Corte – a beneficio delle proprie tesi – giustifica l’operato di alcune sentenze italiane a favore delle convivenze omosessuali, che «riflettono i sentimenti della maggioranza della popolazione italiana la quale, secondo recenti sondaggi, ha supportato il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali». Un recente sondaggio della Lorien Consulting dice l’esatto contrario: tre italiani su quattro «ritiene che si possa definire matrimonio solo l’unione di uomo e donna» (Italia Oggi, 29/05/2015).
Evidentemente la Corte europea suppone di poter fare a meno di citare le fonti, non solo dei sondaggi, ma anche delle proprie fantasiose congetture.



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