Come si pettina “la cantatrice calva”?

Anche se radicato in un contesto culturale molto connotato temporalmente, il teatro dell’assurdo mostra ancora oggi una sferzante attualità, specie per lo sforzo di rappresentare in modo assolutamente originale le universali assurdità e i paradossi dell’esistenza guardata dal basso, con uno sguardo solo orizzontale. Certamente opere come “Aspettando Godot” di Samuel Beckett (1906-1989) e “La […]

Anche se radicato in un contesto culturale molto connotato temporalmente, il teatro dell’assurdo mostra ancora oggi una sferzante attualità, specie per lo sforzo di rappresentare in modo assolutamente originale le universali assurdità e i paradossi dell’esistenza guardata dal basso, con uno sguardo solo orizzontale. Certamente opere come “Aspettando Godot” di Samuel Beckett (1906-1989) e “La cantatrice calva” di Eugène Jonesco (1909-1994) riflettono la crisi culturale e antropologica che ha scosso dalle fondamenta la visione della realtà tra la prima e la seconda metà del ‘900. Una realtà spogliata di ogni riferimento trascendente, ripiegata su se stessa, abitata da un’umanità scettica e disincantata, trascinata dalla corrente vorticosa di una temporalità senza senso e direzione. Tuttavia tante incrinature, perfino più esasperate che nel passato, spezzano ancora oggi in tanti frammenti sparsi e caotici qualsiasi tentativo di elaborare una visione unitaria e seria del reale che ne rispetti la profondità e la ricchezza. Di qui il non-senso di tante nuove mode, abitudini e consuetudini di comportamento, di linguaggio e di pensiero, certo non meno paradossali degli scenari immaginati dai “maestri” dell’assurdo. La mancanza di un basamento stabile su cui costruire infatti attenta dalle fondamenta qualsiasi architettura che, allo stato attuale delle cose, si è ridotta ad assemblare e disfare di continuo la base, a seconda dell’umore, del tempo e del caso. L’anarchia è assoluta e l’assurda incoerenza di tanti accostamenti fortuiti e privi di senso propri a tale modo di concepire l’esistenza è certamente il danno minore.
Venerdì 25 maggio e sabato 26 maggio presso il “Teatro del Centro giovanile” di Roiano, il “Teatro Incontro” ha messo in scena con la regia di Sandro Rossit la pièce “La cantatrice calva” di Eugène Jonesco: un’occasione per accostarsi a questa speciale e spiazzante testimonianza drammatica dello scacco subito dall’uomo contemporaneo nella sua ribellione a ogni valore sacro e superiore. Rappresentando un interno inglese dove due coppie si incontrano e danno fondo a tutte le più audaci assurdità nelle parole e nei comportamenti, Jonesco ha messo a punto una radiografia della desolazione moderna tragicamente assetata e lontana da ogni fonte di acqua. Trionfo di ogni luogo comune e irrisione amarissima, ma non per questo meno divertente, di tutte le convenzioni umane, la pièce corrode l’intero sistema di quello che Heidegger chiamava il “mondo del si”: si dice, si fa, si pensa, dispersi in un’anonima collettività senza nome e senza volto. La persona diventa una marionetta che un burattinaio anonimo e irragionevolmente crudele, nascosto nella tenebra del nulla, muove seguendo capricci insensati e ridicoli. L’identità profonda cede il passo al travestimento, al ruolo esteriore, come nel caso del Pompiere della pièce di Jonesco che si determina grazie alla bella divisa e al lucidissimo casco e che passa il suo tempo a cercare a caso incendi da spegnere. È un fantasma che continua a ripetere all’infinito gli stessi gesti e le stesse parole, ignaro di non esistere più e di non avere più alcuna consistenza. È come se la sua divisa e il suo casco fossero un costume vuoto che va in giro da solo, tenuto in piedi e mosso dallo stesso burattinaio che, senza un fine né un perché, gira il mondo sulle sue dita, come un prestigiatore folle, privo di un progetto e di un’idea di storia da mettere in scena. Tutto accade per caso, i protagonisti consumano il loro tempo a parlare di banalità: il pranzo, la cena, la spesa, la casa, i vicini, il giornale, il tempo, tutto scorre in conversazioni simili ai battiti della pendola del soggiorno della signora e del signor Smith che non corrispondono mai all’ora giusta ma suonano a caso. Sentimenti simulati ed espressi con frasi fatte, indifferenza reciproca tra i personaggi le cui relazioni sono solo questione di forma: gli Smith marito e moglie, il pompiere, la domestica, i Martin ospiti degli Smith, tutti seguono una loro strada e parlano come nel sonno, senza ascoltare ciò che dicono gli altri, sordi perfino a se stessi e ripetitivi come bambole parlanti che cantano con voce innaturale un ritornello esasperante e stupido.
Il tempo che sostiene lo spartito freddo, insensato e automatico di tutte queste comparse che sembrano parlare e muoversi da sonnambuli, è un tempo vuoto, che non viene e non va da nessuna parte. La recita si ripete di continuo e continuerà a ripetersi indefinitamente. Perché, viene da chiedersi, l’esistenza — pur rappresentata in tanta arte del passato anche nella sua fioritura e bellezza — si è spogliata e ischeletrita a tal punto? Che cosa è successo da determinare l’ingresso nel mondo dell’arte di un’umanità spettrale e assurda che richiama l’automa e si è incagliata in una vita senza movimento che si replica di continuo? Perché una rappresentazione simile dell’uomo e del suo stare nel mondo si afferma proprio in quel preciso momento storico? Che cosa è venuto a mancare? È come se le cose avessero perso profondità, la prospettiva fosse stata sostituita da una visione frontale e piatta in cui uomini e oggetti inanimati sono identici, tutti sulla stessa linea, in fila, appesi al vuoto di cui l’esasperante interno borghese della pièce si fa simbolo pregnante e disorientante. La condizione di queste marionette senza intelligenza né cuore, né sangue né organi interni, richiama l’inferno per la sua immobilità fuori dal tempo e la sua povertà morale e spirituale.
Cancellato il cielo dalle mappature dell’universo e rovesciata ogni aspettativa e volontà su questa terra, inizia il processo di deflagrazione, spogliazione e inaridimento senza ritorno che il teatro dell’assurdo ha assunto come sua unica logica interna. In esso si rispecchia il volto di un’umanità che ha cancellato ogni orizzonte ulteriore dalla propria vita quotidiana. Che cosa rimane? Tolte l’origine e la meta, il tempo si snerva e si sfrangia in un eterno vuoto presente in cui l’uomo, come una pendola rotta, ha perso il senso della corrispondenza e della conformità del suo parlare e agire ad un sistema spirituale di principi veritieri ed inveranti. Ma se non vi è più spirito, tutto il resto decade a materia deragliata che si espande ovunque e ricopre la terra di uno spesso strato di fango che non lascia più respirare la vita. Questa morte del respiro, della vita e dell’interiorità, conseguenza della tentata edificazione di una realtà dominata da sole mani umane, penetra le frasi inerti e noiose degli Smith e dei Martin, trasforma il casco del pompiere nel cimelio di un mondo senz’anima e di un museo di cose morte e imbalsamate. Così l’uomo rischia di essere morto quando è ancora in vita, convinto invece di aver finalmente raggiunto la pienezza del suo senso e del suo destino sganciandosi da ogni legame sopra di lui, sicuro di aver trovato la libertà degna del suo essere mentre è solo addormentato profondamente e a tempo indeterminato in un salotto inglese, grigio, noioso e con una pendola che batte eternamente l’ora sbagliata.



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