Claudio Magris e la papagallesca giaculatoria che la Chiesa deve aprirsi al mondo

Torna e ritorna il mantra che la Chiesa deve aprirsi al mondo. Ma si tratta di una sciocchezza, come ha detto Claudio Magris sul Corriere del 23 novembre.

Commentando sul Corriere della Sera del 23 novembre scorso la Lettera apostolica con cui Papa Francesco, tra l’altro, toglie la scomunica al peccato di aborto, Claudio Magris stigmatizza una espressione ampiamente adoperata in questo caso, ma ormai molto frequente in ogni caso: ossia che la Chiesa si è aperta così al mondo o che deve aprirsi al mondo. «La frase – fa notare Magris – ripetuta come una pappagallesca giaculatoria sembra voler dire che il mondo, esterno alla Chiesa, è il bene, il giusto, il progresso e che finalmente la Chiesa — o anche altre istituzioni o individui — migliora, si eleva, si libera aprendogli le porte e facendolo entrare».

Ma cosa è questo mondo il cui ingresso nella Chiesa le farebbe fare un passo in avanti?, si chiede Magris: «Il mondo, con le sue parole d’ordine imperiosamente obbligatorie per ognuno, è tante cose diverse. Il mondo — il nostro mondo, il nostro Tempo — è progresso ma anche regressione; è la crescente liberazione di popoli e classi sociali ed è pure la crescente inumana schiavitù di altri popoli e di altre genti; è l’orrore della guerra che divampa ovunque e sempre più. È la liberazione della donna ed è il diffuso femminicidio; è la nobiltà di tanti che si sacrificano per lenire sofferenze e feroci ingiustizie inflitte a milioni di dannati della terra ed è l’abiezione del mercato di organi che regola l’uccisione di bambini in nome del profitto procurato dalla vendita degli organi strappati ai loro cadaveri».

Il mondo, secondo Magris, deve essere giudicato «con autonomia di giudizio e di pensiero» perché «Il senso della vita, come dice il titolo di un libro di Camus, è quello di «resistere all’aria del tempo», agli idoli in quel momento regnanti. Resistere senza pregiudizi e senza rifiuti aprioristici; resistere elasticamente, criticamente e autocriticamente, cercando di capire quando il mondo ci fa più liberi e intelligenti e quando ci fa più beoti e più schiavi».

«Non è detto che sia sempre bene — né sempre male — aprirsi, inchinarsi al mondo. In una storiella ebraica un pio sarto ebreo, accurato ma lento nel lavoro, a chi gli rimprovera di metterci più tempo per fare un paio di pantaloni di quanto ne abbia messo Dio per creare il mondo, risponde: «Sì, ma guardate com’è fatto il mondo e come invece, modestamente, sono fatti i miei pantaloni».

L’articolo di Magris non era teologico, ma la tentazione di trasportare il discorso anche in teologia e in pastorale è forte. Anche qui, infatti la “papagallesca giaculatoria” è sempre più frequente: la Chiesa dovrebbe aprirsi al mondo. Acriticamente o a partire dagli insegnamenti di Gesù?



Un commento su “Claudio Magris e la papagallesca giaculatoria che la Chiesa deve aprirsi al mondo

  1. miro kosic ha detto:

    Partire dall’assunto che uno stato laico si trovi in una condizione etica e morale superiore solo perché lo si presuppone neutrale è sbagliato. Da Robespierre a Stalin, da Hitler a Fidel Castro la storia ci insegna che uno stato laico non è di per sé sufficiente a garantire né un’etica né una morale migliore di uno Stato confessionale. Le questioni vanno calate nella storia, E guardando la storia, per me, la civiltà europea (le cui radici più profonde trovano un denominatore comune proprio nel cristianesimo) rimane il punto di confronto per ciò che riguarda sia l’etica che la morale.

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