Civiltà viennesi e speranze cristiane

L’atmosfera della Mitteleuropa, lo accennavamo anche qualche settimana fa, racchiude in sé, nel profondo, qualcosa di tragico ed è proprio questo suo lato tragico ad essere ormai da tempo la sua fortuna e insieme la sua maledizione. Uno dei periodi che esemplifica meglio quanto stiamo dicendo è la cosiddetta epoca della Vienna fin de siècle, […]

L’atmosfera della Mitteleuropa, lo accennavamo anche qualche settimana fa, racchiude in sé, nel profondo, qualcosa di tragico ed è proprio questo suo lato tragico ad essere ormai da tempo la sua fortuna e insieme la sua maledizione. Uno dei periodi che esemplifica meglio quanto stiamo dicendo è la cosiddetta epoca della Vienna fin de siècle, il passaggio storico, cioè, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, detto anche (in tedesco) “Jahrhundertwende”, che vede l’antica capitale dell’Impero asburgico assurgere ad epicentro – effettivo e simbolico – del crollo di un mondo intero di valori e certezze. Sempre più infatti musei e gallerie nostrani propongono mostre di vario tipo su questo periodo con toni e accenti che definire entusiastici è dire poco. Da parte sua il pubblico continua, peraltro, a premiare questa rivalutazione senza fine con successi quasi sempre superiori alle attese. Si tratta di un fenomeno a suo modo interessante che svela anche qualcosa dei tempi che ci è dato di vivere. Che cos’era infatti la Vienna fin de siècle? Una città culturalmente e artisticamente viva, anzi vivissima, non c’è dubbio, in cui quasi a ogni angolo di strada c’era il ‘rischio’ di imbattersi in un poeta, un musicista o un pittore che di lì a poco sarebbe passato alla storia. A pochi metri di distanza vivevano infatti allora Arthur Schnitzler e Robert Musil,  Hugo von Hofmannsthal e Oskar Kokoschka, Arnold Schönberg e Gustav Klimt, Otto Weininger e Gustav Mahler, fino a Sigmund Freud e Ludwig Wittgenstein. Come spiega l’immancabile guida di turno in queste occasioni, e si legge sui pannelli museali, più o meno il ‘gotha’ artistico dell’Europa del tempo. E’ anzitutto a questi nomi che si pensa quando si parla della grande, meravigliosa e insuperabile Vienna fin de siècle. Ora, lo spazio per capire che cosa abbiano lasciato nei rispettivi campi (e nel nostro immaginario collettivo) questi nomi, in due o tre righe, non c’è. Ma, qualcosa, cristianamente, e anche molto politicamente scorretta, si può dire.

Anzitutto, se si scorrono lentamente, guardando alle loro vite per esempio, la prima cosa che salta in mente è che, a parte il solo Hofmannsthal (che fu addirittura terziario francescano), nessuno degli altri era cristiano. Né per fede, né per cultura, né per tradizione. Le loro pagine, i loro quadri e le loro sinfonie, d’altronde, segnano spesso una decisa inversione di tendenza rispetto al lascito culturale ricevuto in eredità e in buona parte (quello sì) ancora cristiano. Beninteso, non si tratta di una questione di etichette, ma di sostanza. Quella temperie culturale in gran parte divorzia e – quando non lo fa – tende comunque a mettere da parte la vecchia Europa della fede, con tutto quello che essa aveva significato, anche nell’arte, nei secoli. Per dirlo in termini forse più immediati: dai loro contemporanei furono considerati rivoluzionari, radicali nelle loro espressioni e per questo, come in effetti giustamente si dice, visceralmente antiborghesi. Quello che invece solitamente non si dice è che in quel contesto ‘borghesia’ voleva dire non una classe sociale ma un buon senso diffuso, antico e difficile da estirpare, che comprendeva in sé nozioni concretissime come morale e obbedienza, peccato e legge. Quegli artisti che avrebbero segnato per sempre un’epoca ruppero totalmente e consapevolmente con questa civiltà e così divennero – a tutti gli effetti – i nostri più vicini ‘precursori’ culturali. Ma se si pensa solo agli effetti dell’analisi freudiana sui rapporti familiari e sulle nostre relazioni affettive o a quelli dei vari poeti e scrittori che sdoganeranno a livello pubblico temi quali l’incesto e l’adulterio, di fatto legittimandoli e poi normalizzandoli, non si può che restare inquietati, obiettivamente, dalla produzione di fine secolo. La domanda che sorge allora spontanea all’ingenuo cristiano spettatore di cotanta, tanto declamata quanto praticata, estasi rivoluzionaria è: ma perché mai dovrebbe piacerci una cosa del genere? Perché mai dovremmo renderci complici di questa fiera delle vanità che disprezza il passato, detesta ogni tipo di legame (familiare quanto sociale) e vagheggia persino il suicidio come forma di liberazione? Boh, direbbe l’eterno ragazzino che è in noi, e ogni tanto si risveglia.

E non pensiate che sia solo un discorso per critici d’arte e affini: se eros e thanatos (che sono amore e morte, freudianamente intese) come pulsioni irrazionali e primitive sono diventati per davvero dei riferimenti collettivi e complementari del nostro vivere quotidiano, a livello comune, si vede che la semina è riuscita. Peraltro, se prima c’era solo la letteratura, ora anche la televisione e il cinema prestano volentieri il fianco ad operazioni del genere presentando film o spettacoli in sequenza tutti sul tema della dittatura del desiderio. E se il desiderio (qualunque esso sia) non viene soddisfatto – qui e ora – si entra in crisi, persino in depressione. Quando va bene s’intende, perché altre volte si pensa direttamente a darsi la morte…Ecco un uomo che ha perso il senso della bellezza, e dell’arte cristianamente ispirata, finisce così: fuori dagli slogan stereotipati non è affatto un uomo più libero ma un uomo senza Dio, senza speranze e quindi più solo, con la differenza che quelle che prima erano semplici paure adesso sono diventate angosce. E le angosce, si sa, è difficile gestirle. Il quadro che più rappresenta questo passaggio d’epoca è forse proprio “L’urlo” di Edvard Munch che, se mi consentite la battuta, in effetti mette angoscia solo a guardarlo. Eppure non si può fare finta che non esista, perché spiega non solo tutta la Vienna di quel periodo ma anche le psicosi successive e quelle dei giorni nostri: insomma è un simbolo ormai radicato della nostra cultura europea, come poteva esserlo un Borromini nel Seicento (povero Borromini…): la sua quotazione di mercato attuale pare che sia attorno ai 91 milioni di euro. La morale da trarre? Un mondo senza Dio non è solo un mondo materialista, immorale o disperato: è anche un mondo più brutto. Se poi volete altre prove e giustamente non volete spendere dei soldi per essere convinti di una cosa del genere da un museo qualsiasi, guardatevi semplicemente attorno: l’effetto, immaginiamo, sarà lo stesso.  

 



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