Ciclo di film sulla felicità

Che cos’è la felicità? Tutta la storia dell’uomo è attraversata da questa domanda. Filosofi, saggi, intellettuali, artisti e uomini di tutti i ceti, luoghi ed epoche, si sono prima o poi posti questa domanda. L’associazione “Goethe-Insitute Triest” organizza la proiezione di un ciclo di film in lingua originale presso il cinema dei Fabbri traendo ispirazione […]

Che cos’è la felicità? Tutta la storia dell’uomo è attraversata da questa domanda. Filosofi, saggi, intellettuali, artisti e uomini di tutti i ceti, luoghi ed epoche, si sono prima o poi posti questa domanda. L’associazione “Goethe-Insitute Triest” organizza la proiezione di un ciclo di film in lingua originale presso il cinema dei Fabbri traendo ispirazione da questo interrogativo che ogni uomo porta con sé. Si può dire che ognuno nasce con questo assillo e se lo porta dietro fino alla morte. Essere uomini significa infatti venire al mondo con questo anelito iscritto nel cuore e nella carne. Nessuno può cancellarlo, forse eluderlo e sfuggirlo in mille modi, ma non farne a meno.

Solitamente sono rare oggi le opere cinematografiche che parlino della quintessenza della felicità nel senso più alto del termine. Se ne parla per lo più in senso contingente, come problema legato a semplici dinamiche umane e quotidiane, risolvibile spesso con la classica piccola lezione sul valore delle piccole cose. Saggezza in pillole dunque, formato uomo medio abituato a volare basso e a cercare in basso il nido ove proteggersi dal dolore e dall’assillo delle grandi domande e ove covare qualche minuscola promessa di benessere spicciolo e quotidiano.

Questa constatazione ci ispira una serie di riflessioni sulla condizione dell’uomo veramente felice.

Partiamo dalla domanda delle domande: che cos’è la felicità?Abbiamo alle spalle uno sterminato continente di saperi, culture, tradizioni e religioni che hanno avuto origine e si sono sviluppati a partire dalla domanda di questo bene intangibile, sfuggente, multiforme. Non si contano le risposte che l’uomo è riuscito ad elaborare e a praticare. Da questo ventaglio di possibilità e di proposte nasce subito un’altra domanda, radicale e determinante quanto la prima: quale tra le numerose vie indicate è quella vera e giusta? Per rispondere è necessario precisare due cose: che cosa si intende oggettivamente per felicità e come facciamo a riconoscerla quando essa si invera in un contesto di vita ben orientata?

Vediamo il primo punto. Anche se parlare di valori assoluti è oggi impopolare, tuttavia non si può negare che esistono delle realtà esteriori e interiori inconfutabili: il fuoco scalda, l’acqua lava e purifica, il sole illumina, il seme fiorisce. Tutta la vita dell’universo è regolata da leggi prefissate e inalienabili. Io credo che la stessa evidenza e realtà vadano riconosciute alle regole che governano la nostra vita spirituale. Siamo fatti per essere felici e la felicità è un bene dalle tante sfumature ma composto di un’unica sostanza. Qual’è questa sostanza? Ordine, armonia, pace interiore, equilibrio, serenità, pienezza, libertà, senso di eternità e di infinito. Essa si espande a partire dal crinale tra la sfera fisica e immateriale effondendosi in entrambe le direzioni, con una forza e una persistenza, oltre che una superiore qualità, nei domini dell’anima che non sono sottoposti ai limiti spazio-temporali e alla caducità della materia.

Così intesa essa è una ricchezza a disposizione di tutti perché indipendente, nella sua quintessenza intangibile, da ogni circostanza esteriore. Purtroppo noi uomini difficilmente riusciamo ad accettare questo tipo di felicità perché identifichiamo  il nostro bene con qualcosa di visibile, di percepibile con i sensi, di quantificabile e dimostrabile. Questa soddisfazione superficiale e immediata è definibile forse come “benessere”, ma non come “felicità”. Quest’ultima, come le grandi filosofie e religioni dell’umanità hanno sempre sostenuto, è un bene che sussiste in se stesso e che non dipende da altri beni esteriori al nostro essere. Anche i contenuti della nostra coscienza, della nostra mente e del nostro inconscio sono spesso esteriori a noi stessi, cioè al nostro nucleo profondo, che è come un diamante inalterabile, incastonato al centro del nostro Sé dal primo momento in cui cominciamo ad essere e ad esistere. Questo Sé profondo è il luogo sacro dove l’uomo incontra Dio e gli parla. Al di fuori di questa logica che ci precede sempre e che viene prima di ogni nostra altra costruzione di noi stessi, di ogni esperienza e conoscenza, non si può parlare di vera e pura felicità.

Quanto al secondo punto, relativo al riconoscimento dell’autenticità di questo stato di pienezza e beatitudine sciolta da ogni laccio con l’esistente – molte delle ingannevoli passioni terrene infatti dispensano all’inizio uno stato di euforia facilmente confondibile con la vera felicità — il vangelo ci dà una risposta chiara e limpida: l’albero si riconosce dai suoi frutti. Riconosciamo la vera felicità dai suoi effetti. In questa opera di discernimento ci viene in aiuto l’esperienza stessa: il bene, vissuto, pensato ed agito, ci fa sentire bene in modo costante e libero da variabili e contingenze, il male, vissuto, pensato ed agito, ci fa sentire male sempre e comunque. La luce genera luce, il buio nient’altro che buio. Queste sono leggi che esistono in sé, non opinioni o punti di vista.

Le soddisfazioni fallaci legate alle passioni e a tutti i nostri appetiti sono effimere e nello spazio di un istante si trasformano in scontento perché sono estranee alla nostra vera natura e vocazione. La condizione dell’uomo felice invece è sciolta da ogni legame con il tempo e lo spazio, essendo una potenzialità originaria del nostro essere, una possibilità di fioritura gratuita e libera impressa nel codice genetico della nostra identità profonda e anteriore ad ogni scelta ed azione mirate al conseguimento di qualche cosa. La felicità non è il raggiungimento di un traguardo terreno — che si sposta indefinitamente ogni volta in un nuovo traguardo da raggiungere e superare in vista di ulteriori innumerevoli traguardi da tagliare sino alla sfinimento—, né la soluzione di un problema o l’appagamento momentaneo di una passione, ma il raggiungimento di uno stato inalterabile sul quale i problemi e i successi transitori influiscono poco o nulla. Un podio, nell’agone del mondo, non è ma conquistato per sempre, di qualsiasi genere esso sia, ma va ogni giorno nuovamente riconquistato, perso, ritrovato, ricercato e agognato senza pace né fine.

Se le grandi tradizioni filosofiche e culturali sono tutte concordi in questa visione, la fede cristiana apporta un di più che va direttamente al cuore e che è così radicale e nuovo da riuscire a volte incomprensibile, paradossale e quasi scandaloso. Come può una condizione di dolore, limite ed erranza dispensare la felicità? Come possiamo essere felici restando dentro ad essa e vivendola interamente? Un discorso realistico, chiaro ed onesto sulla felicità infatti non può prescindere dalla condizione umana sempre incrinata da una spaccatura originaria che la rende aspra e greve, a dispetto di ogni peregrina soddisfazione, per lo meno finché siamo qui, su questa terra, in questo corpo esposto ad ogni pericolo e incognita. Se l’idea di felicità non si concilia con questa controparte oscura e costantemente minacciata dal male, allora la sua realizzazione è logicamente e concretamente impossibile.

La proposta cristiana è unica proprio perché scende nelle pieghe più nascoste dell’uomo tutto intero, spirito e corpo, e lo immerge in uno stato di perenne potenziale felicità qualunque sia il suo stato e la sua contingenza. Essa ci fa sentire eterni quando siamo ancora mortali, ci fa essere appagati quando siamo ancora immersi nell’indigenza del nostro vivere limitato, ci colma di pace e di luce quando la notte è ancora nel pieno del suo corso e la tenebra incombe. Gesù è il nostro maestro e latore di vera felicità, perché ci illumina quando siamo ancora prigionieri delle tenebre del mondo. La vita terrena può dispensare qualche fugace soddisfazione, qualche momento di benessere, ma solo la Vita che ci dona Cristo e che si compie oltre la sofferenza e la morte, solo questa zampillante, fresca e libera Vita — per quanto divisa tra povertà e pienezza finché siamo ancora “qui” ed “ora” —, sazia tutte le indigenze, le arsure e le mancanze che ci affliggono.

Quale sia questa Vita è mistero radioso, grande ed immenso, come la vita che ci fa muovere, pensare, sentire, nel corpo e nello spirito. Essa è uno stare in Cristo come in un grembo di luce e di pace, di riconciliazione suprema, di eternità inesprimibile. Solo il linguaggio dei mistici e dei santi è riuscito appena a lambirla, effondendola in simboli di luce e bellezza. Quando vi prendiamo dimora, durante il nostro viaggio terreno, attraverso la contemplazione, la preghiera e il fidente abbandono, la portiamo con noi ovunque e ci muoviamo tra le cure e gli affanni del mondo come avvolti, custoditi e protetti da un involucro sottile, lucente, morbido e beatifico che attutisce ogni colpo e rende cedevoli e attraversabili le barriere e i muri contro cui cozziamo in ogni istante. Questa Vita, per quanto attingibile “come in uno specchio” fin da ora, è sempre Oltre la soglia, intravista per spiragli e lampi, mentre ci attende laggiù, per incontrarci “faccia a faccia” nel Giorno dei giorni.

La nostra epoca è povera di vera felicità, perché ha voluto voltare le spalle a questo appello che risuona nell’aria fin dal nostro primo vagito. Nasciamo con il bisogno di mangiare, bere, dormire, abbiamo bisogno del sole che ci scalda, dell’aria che ci fa respirare, dell’acqua che ci disseta. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma sembra che pochi oggi siano concordi nel riconoscere — e nessuna civiltà mai si è sognata di eclissare questa verità che è il fondamento e la ragione della nostra esistenza — che senza una trascendenza l’uomo non può vivere, né saziarsi, respirare, dissetarsi o riscaldarsi.

Non è facile in un tempo di eclissi del sacro come il nostro riorientare il cammino dell’uomo. Lunghe e spesse sono le ombre ed è come se il sole, il cielo e le stelle fossero stati nascosti da un cielo finto, di cartapesta, costruito dall’uomo, a misura dei suoi intenti e delle sue navigazioni di piccolo cabotaggio. A queste piccole scorribande costiere non servono quasi più ormai il vero sole del mattino, l’immensa volta celeste e gli astri brillanti necessari a prendere il largo. “Prendere il largo”: ci ricordano qualcosa o Qualcuno queste parole?



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