Ci risiamo con la bubbola dell’ICI alle scuole cattoliche

Minaccia alla Chiesa: non opponetevi al disegno di legge Cirinnà o vi tagliamo i viveri.

di Massimo Introvigne (www.lanuovabq.it)

La sentenza della Cassazione sull’ciI e altre tasse analoghe sugli immobili che le scuole non statali dovrebbero pagare – anche se operano in perdita, e a meno che siano gratuite per gli alunni – è un esempio tipicamente italiano di giustizia a orologeria. Casomai i cattolici volessero alzare la testa e cercare di fermare la legge Cirinnà sulle unioni civili omosessuali, si manda loro per tempo un avvertimento: non ci provate, o vi tagliamo i viveri. Questa, però, è solo una parte della storia. Come nella proverbiale vicenda del poveretto che, per fare dispetto alla moglie, si taglia gli attributi, lo Stato minaccia in realtà di tagliare i viveri a se stesso. I conti sono stati fatti già da tempo dall’Agesc, l’Associazione dei Genitori delle Scuole Cattoliche, e non sono mai stati smentiti: hanno ricevuto solo obiezioni deboli, che discuterò dopo averli esposti.

Benché l’Italia patisca una grave crisi demografica – in parte compensata dal fatto che anche i figli degli immigrati vanno a scuola -, il suo sistema scolastico è economicamente inefficiente per cui, diminuendo il numero di bambini, i costi anziché diminuire aumentano. Per ogni allievo lo Stato spende in media all’anno 6.116 euro per gli asili, 7.366 nelle elementari, 7.688 nelle medie inferiori e 8.108 nelle superiori. Il conto totale è di 58 miliardi di euro, una delle poste principali della nostra spesa pubblica. È vero che Stato, Regioni e Comuni danno dei modesti contributi alle scuole non statali. Questi sono però in media di 529 euro all’anno per gli asili, 787 per le elementari, 90 per le medie inferiori e 47 per le superiori. I dati Agesc sono riferiti al 2012 (clicca qui), ma da allora la situazione non è certo migliorata. Gli studenti delle scuole paritarie non statali sono poco più di un milione. Dedotti anche i contributi pubblici, se domani queste scuole sparissero lo Stato dovrebbe riassorbire gli allievi nella scuola statale. Il costo sarebbe superiore ai sei miliardi di euro, che – in un modo o nell’altro – dovrebbero essere pagati dai contribuenti.

Agli studi dell’Agesc i nemici della libertà di educazione hanno rivolto due obiezioni. La prima è a suo modo divertente, se si considera che proviene da sostenitori della superiorità della scuola dello Stato su quella non statale. Afferma che lo Stato è così inefficiente che i suoi costi prescindono dal numero degli alunni e sono governati da altri elementi indipendenti, quali le rivendicazioni dei sindacati e il desiderio dei governi di accontentare la vasta platea degli insegnanti ogni volta che le elezioni si avvicinano. Cioè il carrozzone della scuola statale costa carissimo ai contribuenti «a prescindere», come avrebbe detto Totò. Se si aggiungesse il milione di alunni della scuola non statale, o anche se si sottraesse un altro milione di alunni in ipotesi emigrati all’estero, i costi a carico dei contribuenti italiani varierebbero di poco.

Questo ragionamento apparentemente suggestivo – e anche indicativo di come vanno le cose in Italia – è però sbagliato. Anche ammettendo il paradosso per cui il numero degli alunni sarebbe una variabile indipendente quanto ai costi, non è certamente una variabile indipendente quanto alle rivendicazioni sindacali degli insegnanti, cui l’obiezione assegna non a torto un valore decisivo. Se all’improvviso dovessero fare fronte a un milione di studenti in più, i già irrequieti insegnanti italiani e i loro sindacati rivendicherebbero nuove assunzioni e aumenti di stipendio e – se è vero che il loro potere negoziale è così grande – alla fine verosimilmente li otterrebbero, con il conseguente aumento dei costi.

La seconda obiezione svela il disegno che sta alla base dell’operazione fiscale in corso. Si sostiene cioè che la scuola non può essere valutata solo in base ai costi, e che le scuole statali vanno promosse a prescindere da ogni considerazione economica, perché quelle cattoliche sono “diplomifici” che promuovono tutti, basta che paghino, e soprattutto indottrinano i poveri alunni a idee retrive e bigotte che chiudono loro la mente, per esempio rifiutando le proposte più innovative in tema di genere e omosessualità.  Per quanto riguarda i “diplomifici”, l’obiezione si risolve in un gioco delle tre carte sulla nozione di scuola non statale. Occorre infatti distinguere fra scuole cattoliche – più alcune protestanti ed ebraiche – e scuole istituite da privati imprenditori a puri fini speculativi. Le seconde sono spesso “diplomifici”, ma siccome non sono esenti da Ici e tasse consimili dovrebbero essere escluse dal calcolo statistico. Se parliamo delle sole scuole cattoliche, dubitare dell’eccellenza della loro qualità sembrerà ridicolo ai genitori che le scelgono, per non citare l’elenco lunghissimo di personalità della cultura, della politica, dell’arte che hanno studiato dai preti o dalle suore. Opporre studi più o meno “orientati” non smentisce questa verità evidente.

Le scuole cattoliche indottrinano i loro allievi alla fede e alla morale cattoliche? Se posso rispondere con un battuta, direi: purtroppo no, e da molto tempo. Con poche e lodevole eccezioni, la stessa propaganda delle scuole cattoliche spesso insiste assai più sull’efficienza che sui contenuti. Qualche anno fa mi ritrovai per vicino in un viaggio in aereo da New York un campione del laicismo italiano, l’onorevole Giorgio La Malfa. Finimmo a discutere di scuole cattoliche e del perché La Malfa le combatteva. Mi descrisse terribili scuole cattoliche dove si parla male a ogni occasione del divorzio, dell’aborto, dei comportamenti omosessuali, si criticano la Rivoluzione Francese e il Risorgimento e invece della Costituzione si propongono il Catechismo e il Magistero pontificio. Fu molto stupito quando gli obiettai, invitandolo a visitare qualche istituto, che con rarissime eccezioni queste scuole cattoliche esistevano solo nella sua immaginazione. L’ideologia è una brutta bestia. Vuole fare spendere ai già spremuti contribuenti italiani più di sei miliardi di euro senza neppure la soddisfazione di togliere di torno qualche reazionario. Qualche politico avrà il coraggio di spiegarlo anche in Parlamento?



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