Cervello e coscienza

Che cos’è il pensiero? E la coscienza? Come si formano nella nostra mente le idee, le opinioni, i punti di vista e le visioni della realtà? Ma soprattutto da dove ci viene quella percezione misteriosa e inafferrabile del nostro essere, quella voce interiore che ci guida suggerendoci che cosa è giusto fare e che cosa […]

Che cos’è il pensiero? E la coscienza? Come si formano nella nostra mente le idee, le opinioni, i punti di vista e le visioni della realtà? Ma soprattutto da dove ci viene quella percezione misteriosa e inafferrabile del nostro essere, quella voce interiore che ci guida suggerendoci che cosa è giusto fare e che cosa invece è meglio evitare? Sabato 24 giugno a Conegliano (Tv), nel corso di una giornata di studio, i riflettori vengono puntati proprio sul cervello, sulle sue potenzialità trasformative ed evolutive latrici di possibili nuovi collegamenti neuronali, sul suo legame con la coscienza, tracciando percorsi tra neurobiologia, fisica quantistica e filosofia. L’obiettivo: mostrare le potenzialità non solo fisiche del nostro cervello, coinvolgendo argomenti squisitamente speculativi come il “terzo occhio”, simbolo di illuminazione nelle diverse tradizioni religiose. Le tematiche affrontate e gli obiettivi della giornata di lavoro sembrano tanto audaci, quanto affascinanti e originali, specie nell’impostazione non strettamente organicistica e materiale, come invece è costume abituale nelle neuroscienze con la loro ancora inappagata ambizione di clonare l’intelligenza umana in un’intelligenza artificiale.
La filosofia occidentale, sin dalle origini, ha elaborato molteplici visioni dell’uomo considerato nella sua totalità psico-fisica, suddividendo le sue funzioni in diverse sfere: emotiva, istintuale, sentimentale, razionale e spirituale. Anche le filosofie orientali possiedono elaboratissimi e raffinati sistemi descrittivi dell’essere umano nella sua interezza, con una suddivisione del corpo e dell’anima in centri di energia variamente denominati e responsabili delle diverse sfere di attività. In entrambe le tradizioni poi, la ripresa di questi temi filosofici in ambito religioso ha ulteriormente affinato e approfondito la mappatura dell’essere umano. La contemplazione e la speculazione mistica a loro volta hanno esteso queste visioni ai più rarefatti domini dello spirito: la pienezza spirituale nell’ascesi mistica è l’ultima tappa della vita dell’uomo, la corona che suggella la sua esistenza interiore e fisica. Le dinamiche psico-somatiche, nella loro distinzione e al contempo nella loro interazione, illuminate e purificate dall’alto, vengono convogliate nel risveglio spirituale e vibrano di una frequenza superiore, trovando la propria ragione di essere in questa assunzione dall’alto.
Oggi la scienza è progredita moltissimo nello studio del corpo umano e dei suoi processi. Tante cose sono state spiegate, molti enigmi sono stati risolti, eppure rimangono sempre ancora tantissime questioni indisponibili che si sottraggono ad ogni tentativo di renderne ragione. La vita stessa è mistero e proprio il suo apparente contrario, la morte, lo dimostra senza ombra di dubbio: guardando un corpo senza vita, appare subito evidente che prima c’era qualcosa di vivo, di luminoso e di caldo che in un attimo, nel passaggio dalla vita alla morte, non c’è più. La brocca si è infranta e l’acqua di vita è stata versata.
Qual è la sede di questa vita? Tutte e nessuna poiché l’organismo umano non è composto di parti separate ma è un insieme connesso e interattivo. Sempre la filosofia e la religione hanno eletto ora una parte ora un’altra del nostro corpo a sacrario della scintilla che ci rende vivi, attivi e coscienti. Soprattutto il cuore, per il suo battito continuo, la sua reattività immediata alle emozioni, per il sangue — simbolo del fuoco della vita — che vi confluisce e rifluisce regolando tutte le funzioni vitali, è stato l’organo prescelto a racchiudere e custodire l’enigma del nostro essere “animati” e “viventi”. Eppure, anche se con il cuore sentiamo, è poi con il cervello che elaboriamo le emozioni e i sentimenti in pensieri ben conclusi in se stessi. Le une hanno bisogno degli altri: se non ci sono le emozioni, regolate dal sistema nervoso, non c’è neanche la materia prima per l’elaborazione intellettuale delle loro sollecitazioni in pensieri chiari e distinti. Pensieri che ci guidano e ci fanno orientare nella foresta intricata del reale. Tutte le componenti del nostro organismo hanno una ragion d’essere e sono collegate le une alle altre come gli archi di una cattedrale gotica: la sfera sensitiva, istintuale, emotiva, i sentimenti, la mente che rielabora e ordina in una visione compiuta il materiale confluito da tutte le precedenti sfere e la memoria che ne custodisce il raccolto nei suoi immensi magazzini. Il basamento sono le nostre sensazioni, le porte da cui entrano gli stimoli fisici della realtà che vanno ad integrarsi con quella parte di noi che si sottrae alle capacità percettive più grossolane e opache dei sensi: la parte spirituale, il centro del nostro essere, il diadema che illumina tutto il resto e convoglia verso l’alto ogni sentire, pensare ed esperire.
La centralina di comando di tutti questi processi sembra essere, perlomeno sulla base delle più recenti acquisizioni delle neuroscienze, il cervello. La nostra stessa quotidiana esperienza ci dimostra la sua centralità: noi siamo la nostra testa, ci sentiamo pensanti e viventi nella nostra testa, nel nostro cervello, nella nostra mente, come un auriga sente di avere il comando dei suoi focosi cavalli tenendo ben salde le briglie. Non ci avvertiamo presenti e viventi nelle altri parti del corpo. I nostri occhi sono la cabina di vetro da cui vediamo davanti a noi la strada da percorrere e da dove impartiamo i comandi per arrivare in un determinato luogo. La vita, attraverso le esperienze, ci dota delle cognizioni necessarie a compiere bene la traversata e a raggiungere la destinazione in sicurezza e tranquillità, anche se basta una piccola deviazione in uno solo dei processi menzionati perché si verifichino imprevisti o incidenti.
Molti scienziati oggi, anziché trarre da tanta complessità la convinzione che non siamo noi i creatori di noi stessi né può esserlo il caso — bisogna essere ciechi per arrivare a questa conclusione —, puntano le loro energie, risorse e capacità a dimostrare che i processi intellettuali e spirituali sono spiegabili con l’attività di diverse aree del cervello. Non esisterebbero dunque una sfera fisica, organica e chimica e una sfera spirituale la quale, finché siamo in vita, si esprime e si manifesta attraverso il corpo, così come la musica si manifesta attraverso lo strumento musicale continuando ad esistere anche quando lo strumento è stato distrutto e polverizzato dal tempo.
Qualche giorno addietro, parlando nel corso di una cena con un medico ho avuto la preziosissima occasione di ascoltare una voce fuori dal coro: “Io credo nell’aldilà”, mi ha detto con semplicità disarmante mentre parlavamo del modo mirabile in cui a volte si concatenano le cose della nostra vita come guidate da una mano superiore. La ragione di questa fede schietta e fermissima? Proprio la professione medica e gli studi compiuti. È il corpo stesso, nella sua materialità, un corpo così complesso e in cui tutto è collegato in processi raffinatissimi e sempre finalizzati, a dimostrarci che esiste una mano sopra di noi che tutto guida e conduce verso un fine. La conoscenza del corpo, ha aggiunto, dimostra senza ombra di dubbio che noi siamo fatti per morire, che dobbiamo morire.
È assurdo avere paura della morte: essa è nella nostra natura, ha un suo fine, una sua destinazione ulteriore che ha bisogno di un corpo per rivelarsi. Morire allora è vivere e vivere morire, perché l’una e l’altra sono le due facce di una stessa medaglia coniata da una sapienza misteriosa che non ci rivela tutto qui ed ora, ma solo quanto ci è necessario sapere per attendere con speranza la fine del viaggio terreno e l’inizio dell’altro viaggio, quello sì libero dalla morte.
Essere per la morte: lo diceva anche Heidegger parlando dell’essenza costituiva dell’uomo, ma con tutt’altro spirito. In questa identità di parole e diversità radicale di senso si misura l’abisso della moderna coscienza del nulla che di tutto si serve per oscurare l’orizzonte un tempo luminoso, quasi anelasse alla cecità. Una cecità fintamente consolatoria e tranquillizzante perché meno inquietante ed esigente della vista che, invece, ci mostra sotto la stessa luce ciò che è semplice e chiaro ma anche ciò che è arduo e misterioso e per questo ci sollecita a porci il problema, a scavarci dentro, a fallire per poi riprovare, in un processo continuo che costa tanto più coinvolgimento e fatica e che spesso ripaga con quella benefica inquietudine che ama le profondità e l’infinito cercare.



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