C’è la globalizzazione dietro l’eutanasia delle nostre culture mitteleuropee?

Siccome siamo stati tra quanti hanno creduto, a modo loro, nella globalizzazione, forse è giunto il momento di dire, per quel che vale, che questo processo, proprio in virtù del nostro amore alla Mitteleuropa, non ci piace più. Riassumiamo qui la vicenda per chi non c’era perché é una storia che ormai va ri-spiegata bene, […]

Siccome siamo stati tra quanti hanno creduto, a modo loro, nella globalizzazione, forse è giunto il momento di dire, per quel che vale, che questo processo, proprio in virtù del nostro amore alla Mitteleuropa, non ci piace più. Riassumiamo qui la vicenda per chi non c’era perché é una storia che ormai va ri-spiegata bene, anche se non è passato poi molto tempo. Quando cadde il Muro di Berlino nel 1989 e poi l’Unione Sovietica nel 1991 la Chiesa fu una delle principali protagoniste della battaglia per la libertà a livello internazionale. Si veniva allora, forse qualcuno non lo ricorda più, da Cortine di Ferro e fili spinati, Muri alti estesi per chilometri per l’appunto, e Gulag, cioè campi di concentramento. Ma anche laddove tutto ciò non c’era, e vigeva uno Stato meno dittatoriale (per quanto si possa essere ‘meno dittatoriali’ conculcando anche ‘solo’ qualcuna delle libertà fondamentali), la società era per l’appunto ‘chiusa’. Chiusa nelle idee, chiusa nello sviluppo sociale ed educativo, chiusa nel mercato. Per questo, tra gli studiosi si cominciò a parlare di società chiusa contro società aperta. La prima era per l’appunto quella diffusa praticamente in tutta l’Europa dell’Est, nonché in svariate altre regioni del globo, soprattutto in Asia Orientale e Sud-America, mentre la seconda era quella – viceversa – costruita proprio intorno al primato della libertà come architrave del diritto e del vivere insieme, cioè quella dell’Europa occidentale, e anche del nostro Paese. Così, quando nel 1991 l’URSS implose l’entusiasmo – per tutti i sostenitori delle libertà ovunque nel mondo – fu irrefrenabile. Si apriva allora una pagina nuova, tutta da scrivere in cui il futuro – sembrava – per una volta, più promettente del passato recente. Il documento ecclesiale che forse meglio rispecchia questo clima di speranza è la Centesimus Annus di San Giovanni Paolo II (pubblicata proprio nel 1991) che auspicava un rilancio della centralità della dignità della persona umana a partire da un rinnovato e fermo riconoscimento dei suoi diritti di libertà. Gli ultimi anni del ‘900 furono quindi accompagnati da speranze e promettenti desideri e la Sede Apostolica, come detto, fu uno dei principali attori di questo processo che poi – complici tanti altri fattori, dalla crescita del processo di integrazione sovranazionale europeo a quello dei mercati intercontinentali – fu chiamato con una sola parola: ‘globalizzazione’.
A scanso di equivoci va detto però che già verso la fine del secolo il Pontefice si mostrava preoccupato del fatto che alla ri-scoperta della libertà globale non si accompagnava una pari ri-scoperta della fede, soprattutto nelle giovani generazioni, e anzi proprio in Occidente cominciava a serpeggiare un relativismo etico preoccupante soprattutto negli ambiti della cultura pubblica e più popolare. Rimaneva però l’Est che anzi – a detta dello stesso Wojtyla – dopo l’inverno dell’ateismo novecentesco offriva ora molte più luci che ombre rispetto alla latinità. Con l’inizio del 2000, nonostante il successo del Giubileo, la preoccupazione per lo stato dell’Europa del Papa crebbe sempre di più arrivando a caratterizzare in modo determinante gli ultimi anni del pontificato fino alla bocciatura – da parte della classe dirigente continentale – della menzione delle ‘radici cristiane’ nel documento fondativo dell’Unione Europea. Quello che però ne Giovanni Paolo II né Benedetto XVI fecero in tempo a immaginare sono tre fattori in particolare che sono venuti dopo – e sono letteralmente esplosi tra gli ultimi anni di Benedetto e i primi di Francesco – e cioè, nell’ordine: la diffusione della tv satelittare senza limiti, internet e i social network, le migrazioni epocali di massa. Sembrano tre cose diverse ma se le vediamo insieme cogliamo forse meglio come mai – oggi – la Mitteleuropa, come l’‘altra Europa’, d’altronde, sia un luogo diversissimo rispetto a quello che era appena qualche anno fa. Il motivo va ricercato, a modesto avviso di chi scrive, proprio in questi tre fattori che hanno assunto un ruolo fondamentale nel modo di concepire e vivere la vita di tutti i nati dalla fine degli anni Novanta ad oggi. I quali sono assolutamente freddi, per usare un eufemismo, rispetto a cose come la Patria, le radici culturali e la fede religiosa stessa. La pensano invece ‘agnosticamente’ allo stesso modo che siano nati a Praga o a Berlino e il loro immaginario simbolico caratterizzante è praticamente identico: dalla musica al vestiario al cibo, persino. Il risultato di tutto questo è quindi la morte delle tipicità culturali e comportamentali tradizionali, cioè, in una parola, della Mitteleuropa storica, tanto come luogo che come concetto. E’ chiaro che qui il discorso si fa complesso perché dire che la globalizzazione come si presenta oggi sta uccidendo le nostre identità più care è dura ma se vedete anche voi quel che vediamo noi non potrete non convenire. E questo proprio a partire dalla premessa che abbiamo fatto all’inizio: proprio perché abbiamo sostenuto le ragioni della Dottrina sociale a favore della globalizzazione non possiamo però non osservare che la stessa Dottrina sociale, con lo stesso Giovanni Paolo II, ha sviluppato anche riflessioni di una certa importanza sul fatto che esiste una ‘Teologia delle Nazioni’ che tiene conto della storia dei popoli sempre e comunque, anche nei più grandi cambiamenti delle epoche. Se si vuole, alla fine, una delle prime grandi Istituzioni globalizzanti della storia è stata proprio la Chiesa Cattolica (e come si sa, ‘cattolico’ deriva dal greco e significa proprio ‘universale’) che fin dall’inizio della sua missione ha coniugato l’evangelizzazione con l’inculturazione nel rispetto sensibile delle singole tradizioni e identità locali. Se si guarda alla storia dell’Europa da questo punto di vista, la lezione è esemplare: l’Europa è stata la culla del Cristianesimo e per secoli ha mandato missionari dappertutto ma questo non le ha impedito di essere diversa al suo interno. Per quanto fossero tutti i cristiani, i popoli hanno conservato così le loro culture e identità, purificandole in alcuni casi, elevandole sommamente in altri, dando origine così a quel mosaico di Cristianità per cui – per dirne una – Ratzinger è stato descritto come un “tedesco romano” e Wojtyla come un “polacco latino” ed entrambe le espressioni sono verissime. Anzi, colgono in pieno nella ricchezza geo-culturale del cattolicesimo mitteleuropeo. Per questo forse sarebbe anche il tempo di iniziare delle riflessioni più critiche verso la parabola della globalizzazione massificante degli ultimi anni. Proprio perché cattolici e figli di una storia che ha fatto tanto – e a ragione – perchè i popoli diventassero più vicini e meno distanti e sospettosi gli uni con gli altri. La direzione della storia, in ogni caso, non è mai predeterminata, dipende sempre dalle scelte che gli uomini di ogni epoca decidono di fare, alla luce anche dei testimoni che hanno avuto la Grazia di conoscere nel loro tempo: occorre però certamente l’umiltà di non disprezzare se stessi e guardare magari a chi ci ha preceduto con la possibilità – una possibilità – che questi, su alcune cose, ne sapesse più di noi. Lo disse Socrate, lo ripetè Wojtyla: insomma o l’uno o l’altro dovranno pur dire qualcosa a un qualsiasi passante dei nostri giorni.



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