C’è del buon senso in Spagna

Qualche speranza che l’Europa ritrovi il buon senso viene dalla Spagna. Qui il premier Rajoy ha presentato una legge di revisione dell’attuale legislazione sull’aborto. Riprendiamo dalla rete un commento di Giuliano Ferrara.

Giuliano Ferrara (Il Giornale, domenica 22 dicembre 2013)

Mi permetto una divagazione di Natale sull’interruzione volontaria delle nascite o aborto. Non si dovrebbe, perché molti sono in severo disaccordo con quel che penso, perché la culla del Bambino suggerisce idee riposanti di lieta coesione e non uno scontro di assoluti, perché a volte sembra che la faccenda sia in via di risoluzione con qualche statistica più o meno edulcorata sulla «riduzione» del numero degli aborti eppoi pare che in Asia stiano tornando ad autorizzare, bontà loro, la nascita di milioni di piccole e fragili femmine soppresse dalla politica del figlio unico.
Vi invito però a contare fino a 118.359, uno due tre quattro cinque sei sette otto, e alla fine della serie numerica, senza saltare nemmeno una unità contabile, a pensare che questo è il numero degli aborti praticati in Spagna nel 2011. Sono pochi, dicono. Pochi?
Il governo conservatore di Mariano Rajoy chiede alle Cortes di approvare una legge che reintroduce il delitto di procurato aborto, salvo lo stupro o un imminente, chiaro, presente, oggettivo pericolo per la salute psicofisica della donna incinta. La sanzione penale riguarda non la donna incinta ma il personale medico che accede alla pratica fuori della casistica stabilita a protezione del concepito o del nascituro, chiamatelo come volete questo embrione in sviluppo che la scienza e la fotografia ci mostrano nella sua individualità irripetibile a scorno dei chiacchieroni molesti che lo negano. La donna, dice la legge, è sempre vittima di tutta la faccenda. Non è soggetto di un diritto di libertà, come vuole l’ideologia del gender e di un antico femminismo radicale travestito da umanitarismo e da eugenetica a scopo di salvezza ecologica del pianeta Terra dalla sovrappopolazione, è oggetto invece di una convenzione sociale moralmente sorda e, per definizione, «maschia», secondo la quale degli incomodi ci si libera costi quel che costi e, al massimo, sarà lei a sopportarne le conseguenze, magari nella solitudine perfetta dell’aborto chimico (e clandestino) via pillola RU486.
La pillola che obbliga la donna incinta a fare da sé, magari con il pretesto di evitare lungaggini o l’obiezione di coscienza intoccabile, reintroduce infatti l’aborto clandestino, che fu la bandiera della campagna abortista degli anni Settanta (una legge permissiva ci libererà dalle mammane). Ora il cerchio si chiude e ciascuna è indotta a essere mammana in causa propria. Il cerchio della menzogna si è infine chiuso. Chiamatela salute riproduttiva o tutela sociale della maternità, e quest’ultimo titolo si è risolto – nonostante le buone intenzioni – in una sconvolgente prova di ipocrisia dell’Italia cattolica e miscredente, la legge abortista autorizza il castigo, del bambino non nato e della donna incinta, cancellando il delitto sociale di cui il concepito e la donna che lo porta sono innocenti, trasferendo quell’innocenza sulla società maschia, potente, dello scarto e del consumo, che si tappa le orecchie e si chiude gli occhi, non vuole sentire né vedere lo sconcio in atto perché è radicalmente colpevole.
Lo Stato può aiutare la «tutela sociale della maternità», ciò che era perfino nelle premesse tradite della legge 194 dei primi anni Settanta, in un solo modo, come in Spagna: esigendo il rispetto rigoroso del principio di realtà secondo cui un atto d’amore genera un essere umano di forma compiuta, che attende di passare all’atto, e un gesto di odio nichilistico di sé e degli altri impedisce che la generazione si compia, nel doppio dolore fisico e morale della madre mancata e del figlio mancato. Lo stato che non mente a se stesso, e in questo è parte di una società capace di autogovernarsi e di darsi i criteri di una vita vivibile e libera, favorisce le adozioni, come nella medievale ruota dei conventi, impone politiche pubbliche di dissuasione, ospita in cimiteri appositi, e non in body bags con la scritta «rifiuti ospedalieri», i feti sradicati nei rari casi in cui un aborto si renda necessario, stanzia soldi per la ricerca sulle malattie genetiche, molti, e molti ne stanzia per persuadere, per spiegare, per convincere comunitariamente, senza nulla togliere alla libera responsabilità degli individui «finché questa non leda la libertà degli altri», cioè la libertà di nascere.
Le poche esperienze di santità laica, come quella di Paola Bonzi alla Mangiagalli di Milano, migliaia di bambini salvati e di madri salvate dalla decisione irriflessa per l’aborto attraverso la cura affettiva e la conversazione fraterna e sororale, dovrebbero diventare leggenda e mito, invece che essere trascurate e umiliate in favore delle sciocchezze sulla libertà riproduttiva. Insomma, la Spagna di Rajoy insegna, e sarà una strada lunga e difficile, che si può continuare a combattere anche nella sgualcita Europa l’orrore di una secolarizzazione come religione del nulla, come esperienza anticristiana, il che non ha niente a che fare con la posizione del Vaticano (come si vede bene da molti segni anche pontificali), perché riguarda laicamente la ragione sorretta dal sentimento della cosa (e per i fedeli dalla fede) che è in tutti noi.



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