Cantico

Canto d’amore ineguagliato per poesia e per ricchezza di risonanze e significati, il “Cantico dei cantici” da sempre appassiona e incanta i lettori della Bibbia e non solo. All’interno della poesia amorosa è un gioiello inimitabile per lo splendore delle sue immagini e metafore e per lo sfarzoso scenario in cui è ambientato. L’aura pastorale […]

Canto d’amore ineguagliato per poesia e per ricchezza di risonanze e significati, il “Cantico dei cantici” da sempre appassiona e incanta i lettori della Bibbia e non solo. All’interno della poesia amorosa è un gioiello inimitabile per lo splendore delle sue immagini e metafore e per lo sfarzoso scenario in cui è ambientato. L’aura pastorale che lo avvolge tinge di colori densi e vivaci la scenografia esotica di questo duetto tra un Lui e una Lei punteggiato da rari interventi del coro.

La settimana scorsa lo Stabile del Rossetti ha ospitato un balletto dedicato al “Cantico dei cantici”, scelta quanto mai originale e interessante al fine di risvegliare nei cuori quella rara consapevolezza del volto autentico dell’amore umano messo sempre più a dura prova.

Nella tradizione giudaico-cristiana il Cantico biblico è stato interpretato soprattutto in chiave religiosa e trascendente: dietro i due amanti che si rincorrono, si trovano, poi si smarriscono e si cercano di nuovo, la lettura teologica e spirituale vede all’opera i simboli più vividi e vigorosi della parabola inquieta dell’anima umana alla ricerca di Dio. Dietro la Sulammita e la sue pelle scura, secondo la prospettiva di gran parte dei Padri della Chiesa e dei maestri ebraici, si cela l’anima adombrata dal peccato che cerca in Dio la propria bellezza e purificazione. La sposa è la Chiesa sposa di Cristo, oltre che l’anima umana, Chiesa peregrina nella storia e che, come un’amante appassionata, cerca con tutta se stessa l’abbraccio di Dio che tutto preserva.

Solo in tempi più recenti, sia nel mondo ebraico che cristiano, si è valorizzato l’aspetto più immediatamente profano secondo il quale il Cantico dei Cantici sarebbe prima di tutto il canto di un amore umano colto in tutto il suo splendore, la sua unicità e la sua fedeltà incrollabile. Dietro il Lui e la Lei non si celerebbe un senso traslato e metaforico, ma due personaggi in carne ed ossa, un giovane uomo e una giovane donna che vivono le tappe salienti di una passione autentica che coinvolge il corpo e l’anima, in un legame indissolubile evocato nel testo attraverso l’accumularsi e moltiplicarsi di simboli nuziali.

Questa lettura più attenta alla dimensione umana e corporea dell’amore tuttavia è sempre accompagnata anche dalla lettura trascendente che articola lo sfondo semantico su livelli diversi: un’interpretazione non esclude l’altra, anzi, ciascuna si relaziona e si approfondisce in rapporto alle altre. Come l’amato ama l’amata, così l’anima ama Dio e ne è riamata, in una circolarità resa possibile dall’intimo abbraccio, proprio alla visione ebraico-cristiana, tra il sacro e il profano. Anzi, sarebbe più corretto affermare che su questo sfondo il profano non esiste poiché tutto ciò che è creato è sacro e nulla può sottrarsi alla signoria di Dio.

Inno rutilante e fragrante all’amore tra uomo e donna, il Cantico nell’atto stesso di magnificare la bellezza, il fremito e l’estasi dell’incontro tra l’amato e l’amata, intona con passione travolgente la sua dichiarazione di intimità profonda e di glorificazione dell’Altissimo. Non vi è alcuna frattura tra le due melodie, ma una compenetrazione mirabile che coinvolge tutto il creato e la sua bellezza nella celebrazione dell’amore, essenza ultima del divino. «Dio è amore e chi dimora nell’amore dimora in Dio e Dio in lui» (Gv 4, 11): questa frase racchiude con folgorante brevità e pienezza il senso ultimo di ogni cosa, la ragione che tutto sorregge e illumina.

Se Dio è amore, nell’atto di amarsi gli sposi del Cantico sono in Dio e per Dio, e in Dio pongono la loro dimora assaporando la beatitudine che sgorga dalla bellezza fisica e spirituale del Creato che fiorisce senza tempo dalla mano di Dio.

Tutte le stupende metafore — tratte dal mondo naturale, sia animato che inanimato —, che i due amanti intrecciano nelle loro ripetute dichiarazioni e richiami d’amore, sono al tempo stesso letterali e simboliche: le fragranze e i profumi come il nardo e la mirra, l’oro e l’argento, le perle e le pietre preziose più pregiate, le scene pastorali, gli animali come le gazzelle, i caprioli e le cerve,  il paesaggio fatto di valli, di pascoli, di montagne, di fiumi e di laghi, le stoffe e i ricami che ornano le tende della lettiga nuziale, i frutti della terra come i melograni, la vite, l’ulivo e il grano, i fiori come le rose, i giacinti e i gigli, gli alberi come i cipressi, i cedri e i meli, e poi il latte, il miele, il vino di Cipro e l’olio denso che addolcisce la pelle del corpo e dà sapidità al cibo.

Niente di ciò che appartiene al creato è escluso dal canto, ma tutto è convocato sulla scena per cantare l’inno d’amore tra gli sposi e tra questi e Dio. L’amore umano è specchio dell’amore trinitario della divinità e dell’amore con cui la divinità ama riamata la sua creatura. Suoi sono i campi, i boschi, i fiumi, i mari, le piante, i fiori, gli stessi oggetti usciti dalle mani ingegnose dell’uomo e frutto della sua creatività, sigillo terreno dell’infinita creatività del Padre. La terra, con le sue bellezze, le sue ebbrezze, i suoi colori, le sue luci sfavillanti, le sue stagioni che drappeggiano nel corso dell’anno la natura di stoffe tanto diverse e degne di poesia, il giorno con il sole, la notte con la luna e le stelle, perfino la morte seduta ai confini del mondo in attesa di afferrare le ombre dei viventi, tutto appartiene a Dio ed a lui è subordinato. La musica che si leva da tutti gli strumenti della creazione è musica di vita e di luce. «Forte come la Morte è l’Amore /, inesorabile come gli inferi la passione: / le sue scintille sono scintille ardenti, / una fiamma divina! / Le grandi acque non possono spegnere l’Amore / né i fiumi sommergerlo»: il dominio della Morte è vinto dal dominio della Vita che è Amore, supremo, assoluto, eterno. Il suo sigillo dà un nome divino ed immortale a tutte le bellezze di quaggiù e le rischiara ed esalta con le luminarie infinite dell’universo.

Come l’amata e l’amato celebrano le loro nozze con l’immagine sfarzosa della lettiga di re Salomone che viene dal deserto carica di fragranze e di ori, così l’anima canta le sue nozze con Dio con l’immagine del corteo sponsale incoronato di regalità e splendore: tutto brilla in quel Giorno dei giorni ma già si leva come un’aurora nell’umano esistere del corpo, per sfolgorare, nell’ora stabilita, oltre il confine tra terra e cielo, nell’istante supremo che è l’ultima immutabile ed perpetua festa del cuore.

Leggiamo il Cantico, ascoltiamolo, lasciamolo vibrare dentro di noi e odoriamo tutti i suoi profumi, beviamo tutti i suoi vini, assaggiamo tutti i suoi frutti morbidi e dolci. L’Amore vince la Morte: nessuna verità è più dolce e incoraggiante di questa per noi mortali.



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