Cambio di sesso, quando il giudice si sostituisce al chirurgo

L’ideologia gender, grazie a sentenze creative di certa Magistratura, si viene sempre più affermando nell’ordinamento italiano come “ideologia di Stato” capace di ridefinire lo stesso diritto positivo, mutare le norme, porre in essere nuovi “diritti”.

Pare che d’ora in poi “cambiare sesso” sarà sempre più facile, come spostare le lancette dell’orologio per l’ora legale o cambiare colore dei capelli. La procedura si sta snellendo grazie ai giudici che si stanno sostituendo ai chirurghi.

A fine luglio dell’anno scorso avevamo dato notizia su queste colonne (“Cambiar sesso? Basta il pensiero”) di un giudice di Rovereto che permise al signor Luca di diventare la signorina Lucia semplicemente perché aveva iniziato le cure ormonali, ma senza necessità di passare in sala operatoria. Allora avevamo commentato che secondo una certa interpretazione giurisprudenziale la sentenza era ineccepibile perchè “la legge 164 del 1982 all’art. 3 non obbliga sempre all’operazione chirurgica, bensì richiede solo che siano già intervenute alcune modificazioni dei caratteri sessuali del transessuale (art. 1), ad esempio tramite l’assunzione di ormoni”.

Il caso era analogo ad altri due, decisi favorevolmente dai tribunali di Roma e Siena rispettivamente nel 1997 e nel 2013.  Ma erano decisioni più uniche che rare dato che chi è uomo e si sente donna fa anche di tutto per cambiare al femminile il proprio corpo. Questo prevede per legge sedute con lo psichiatra, poi trattamenti ormonali, successivamente la richiesta al giudice di sottoporsi ad intervento chirurgico ed infine il cambio dei documenti.

Sempre di più però emergono casi in cui chi vuole “cambiar sesso” non sente questo bisogno di intervenire anche sul proprio corpo per sentirsi pienamente “maschio” o “femmina”. Ieri i media hanno dato grande spolvero ad una vicenda giudiziaria datata novembre 2014 in cui il Tribunale di Messina ha permesso ad un giovane di 21 anni di cambiare anagrafica sessuale senza operazione chirurgica. L’aspetto peculiare di questo caso che lo differenzia dagli altri sta però nelle motivazioni addotte dai giudici. Esisterebbe nell’infinito supermercato dei desideri anche “il diritto ad una diversa identità di genere”. I colleghi di Roma, Siena e Rovereto si erano appellati a motivazioni invece solo di carattere sanitario per far evitare al transessuale il bisturi.

Qui invece si fa appello ad un diritto identitario che non può essere vincolato a procedure standard. Analogo ragionamento è stato articolato dal Tribunale di Trento che la scorsa estate ha sì respinto la richiesta di Monica Notarangelo di rettificazione di attribuzione del sesso senza operazione chirurgica – che per il Tribunale era necessaria – ma altresì ha chiesto alla Corte Costituzionale di verificare se “l’imposizione di un determinato trattamento medico, sia esso ormonale ovvero di riattribuzione chirurgica del sesso, costituisce   […] una grave  ed inammissibile limitazione al riconoscimento del diritto all’identità di genere (maschile o femminile)”.

I giudici allora specificarono che “il dato fondamentale non è più il sesso biologico o anagrafico, ma il genere, che si può definire quale ‘variabile socio-culturale’, vale a dire ‘della persona in base alla quale della stessa si può dire che è maschile o femminile”. Ed infatti – continuano i giudici – la legge dell’82 ha come scopo “la rettificazione di attribuzione di sesso, e non la riassegnazione sessuale sul piano anatomico”. Quindi il Tribunale trentino concluse che subordinare “il diritto di scegliere la propria identità sessuale alla modificazione dei propri caratteri sessuali primari da effettuarsi tramite un doloroso e pericoloso intervento chirurgico, finisce col pregiudicare irreparabilmente l’esercizio del diritto stesso, vanificandolo integralmente”. Da qui la richiesta alla Consulta di verificare la legittimità costituzionale della legge 164/82 perché metterebbe troppi paletti all’identità di genere.

Se i giudici della Corte Costituzionale decideranno che sedute con lo psichiatra, stimolazioni ormonali e operazioni chirurgiche sono vincoli troppo onerosi per chi ha deciso di passare dai pantaloni alla gonnella e viceversa, la teoria del gender avrà avuto finalmente l’imprimatur dello Stato. Infatti quest’ultima predica che basta percepirsi donna per esserlo, al di là del dato genetico e morfologico. Se il corpo dice a tutti ad esempio di essere maschio, poco importa. Ciò che è importante è la rappresentazione mentale di se stessi.

Se questo è l’aspetto fondamentale, è inutile prendere pillole e bisturi per modificare il corpo. I giudici lo hanno detto a chiare lettere: non è importante la biologia, ma la psicologia. Ed è quello che hanno fatto sempre le ideologie: fregarsene del reale e sovrapporre ad esso il proprio schema mentale razionalista. E se il reale si ribella? Beh basta portarlo in tribunale.

di Tommaso Scandroglio

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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