Bloomsday 2014

L’edizione 2014 del “Bloomsday” — consueto appuntamento culturale cittadino del mese di giugno per ricordare e celebrare James Joyce, scrittore molto amato dai triestini —, ci ispira una serie di riflessioni sui nuovi codici della letteratura contemporanea, le cui radici sono perfettamente rinvenibili nell’epico e grandioso “Ulisse” del noto scrittore irlandese. I due aggettivi “epico” […]

L’edizione 2014 del “Bloomsday” — consueto appuntamento culturale cittadino del mese di giugno per ricordare e celebrare James Joyce, scrittore molto amato dai triestini —, ci ispira una serie di riflessioni sui nuovi codici della letteratura contemporanea, le cui radici sono perfettamente rinvenibili nell’epico e grandioso “Ulisse” del noto scrittore irlandese.

I due aggettivi “epico” e “grandioso” hanno in questo caso una sfumatura diversa rispetto all’accezione comune. L’“Ulisse” joyciano è epico perché è un poderoso bassorilievo dei miti tipici della modernità ed è grandioso perché davvero l’autore vi ha profuso tutte le sue straordinarie capacità linguistiche. In questo senso l’opera è uno specchio del nostro mondo: slabbrato, incerto, fagocitato da un’interiorità germinante come una piovra e immersa nel liquido amniotico di un’eterna condizione fetale, irrisolta e infelice.

Joyce è stato senza dubbio un vero talento letterario ed ha fatto letteralmente esplodere le risorse nascoste della lingua, portando al limite estremo il flusso di coscienza. I suoi personaggi non hanno più la coerenza e la compattezza dei protagonisti della letteratura classica: lo stesso “Ulisse” del titolo rinvia alla personalità eclettica, versatile e proteiforme dell’Odisseo omerico, rivisto e corretto però alla luce del relativismo e nichilismo decadenti. L’Io senza più centro, senza più gravità, privato di una propria costellazione di valori e significati, abita una zona liminale in cui si combattono le forze creatrici e insieme distruttrici della forma, l’istinto di vita e di morte, l’esigenza di ritornare in patria e l’esilio senza fine in un mondo refrattario ad ogni ordine e spiegazione. Il linguaggio allora, per meglio aderire al mutato stato delle cose, che da limpido riflesso in un quieto specchio d’acqua è divenuto caos primigenio di luccichii ingannevoli – una colata lavica di impressioni, emozioni, dubbi, arbitrarietà nelle scelte e soggettivismo estremo —, si adegua alla nuova realtà e si sottopone alle medesime forme disgregatrici di questa inedita percezione del mondo.

Joyce è maestro in questa rinnovata arte devastatrice e davvero la sua opera è uno specchio perfetto della nuova condizione umana. Personalmente credo che nell’arte la vita non sia mai stata un modello di classica compostezza, per lo meno nei contenuti se non nelle forme. Il tempio dell’arte antica grondava lacrime e sangue, come ogni “luogo” estetico aderente alla vita, ma sapeva coniugare le lacerazioni dell’esistente con le esigenze di una loro compiuta espressione. Era questa la sua forza: consapevolezza lucidissima del male di vivere e dell’eterna lotta tra luce e tenebra, bene e male, ma anche esigenza di rappresentare e tentare almeno di rendere ragione di tutto ciò in una grande narrazione, fonte di chiarimento, di progresso interiore e di risposte positive agli enigmi oscuri dell’universo. Tutto questo non è più presente in Joyce, straordinariamente ricco e insieme straordinariamente povero nei suoi orizzonti di artista, con il suo Ulisse-Bloom che naufraga nella grigia metropoli e la cui nuova Itaca è un’interiorità labirintica e confusa. Dove sono i mari limpidi e profondi su cui gli eroi fanno almeno il tentativo di navigare secondo una rotta? E gli incontri iniziatici con divinità, ninfe, maghe e sirene? E dov’è Ulisse, il re, il saggio, il signore delle forze oscure degli abissi?



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