Beato Luigi Novarese, fondatore del Centro Volontari della Sofferenza. L’Omelia del Vicario generale

Omelia alla messa di Domenica 21 Maggio 2017 – Parrocchia San Marco evangelista – Celebrazione conclusiva diocesana alla presenza delle reliquie del Beato Luigi Novarese, fondatore del Centro Volontari della Sofferenza

Innanzitutto un saluto particolare dal nostro Arcivescovo …vicino a chi soffre e a chi è solo !

“Se mi amate osserverete i miei comandamenti”

E’ una cosa strana sentire questo accostamento: amore e comandamento.

E’ il Vangelo che abbiamo ascoltato in questa Sesta Domenica di Pasqua, che riporta un brano dei “Discorsi di addio” fatti da Gesù ai suoi discepoli nell’Ultima Cena. Questa frase l’ha pronunciata Gesù stesso e quindi deve avere un fondo di verità.

Gesù non fa ricatti affettivi (come spesso noi facciamo con le persone che diciamo di amare). Semplicemente ci ricorda che l’amore per essere tale deve prendere una forma. La forma dei gesti di vita. Non bastano delle belle parole, dette magari sull’orlo dell’entusiasmo passeggero, ma occorrono gesti concreti che inverino queste parole. Non basta dire “ti amo” a parole, occorre che diventino carne e vissuto.

Credo che non ci siano altre parole migliori per introdurre anche la figura del Beato Luigi Novarese, di cui oggi veneriamo le reliquie in questa nostra amata parrocchia di San Marco, alla presenza del gruppo del Centro Volontari della sofferenza diocesano.

Il Beato Luigi è stato una persona che ha inverato con i gesti della vita la sua passione e il suo amore per Cristo.

L’ha amato lasciando plasmare tutta la sua vita in un’attenzione costante e pervicace per l’uomo e la donna che sono piegati dalla sofferenza e dalla malattia.

Noi sappiamo che la sofferenza è il momento per una persona più difficile, perché la sofferenza isola la persona, la rende più debole, perché in qualche modo “fa terra bruciata” spesso anche delle sue relazioni. Quante volte abbiamo percepito durante una sofferenza che tante volte quelli che pensavamo amici se la danno a gambe e non li vediamo più…

Credo che il Vangelo di questa sera illumini questa realtà con un’altra mirabile frase di Gesù: “non vi lascerò orfani”.

La condizione dell’orfano è di una persona che si è trovato solo, senza legami affettivi. Questa parola ci consegna un vissuto di fragilità che ci fa rabbrividire: l’orfano “non è di nessuno” se qualcuno non lo accoglie ed esercita su di lui una forma di paternità.

Ecco, il vangelo di questa sera nasce da una comunità che ormai da un po’ di tempo non vede Gesù con gli occhi della carne.

Noi sappiamo che l’Evangelo di Giovanni è il vangelo che racconta dietro le righe una comunità che vive 90-100 anni dopo la nascita di Cristo e quindi sperimenta la sensazione di un evento, quello della storia di Gesù, che si sta nascondendo piano piano e sta diventando storia passata.

Ecco, quindi è molto bella e consolante la Parola di Gesù di stasera: Lui torna, non ci lascia privi della paternità e della maternità di Dio sulla nostra vita.

Lui è balsamo sulle nostre ferite, sulle nostre sofferenze… e proprio questa paternità il nostro Beato Luigi ha esercitato di riflesso nelle sue scelte quotidiane di vita.

A tutte le persone rese in qualche modo “orfane”, fragili, dalla sofferenza lui ha portato la paternità e la maternità di Dio. Nella semplicità e nella passione che lo contraddistinguevano.

Ma da dove è nata questa consapevolezza? Da un grande volontarismo?

Noi a volte pensiamo che i santi siano persone con una grande volontà, che “fanno il bene”, che “fanno i bravi” in un perenne e narcisistico sforzo umano di “essere buoni”.

Certamente i Santi ci dimostrano la volontà di conformare la propria vita nella forma dell’amore di Cristo… ma non sono dei “volontaristi”.

Il Beato Luigi ha colto questa attenzione per il mondo della sofferenza quando lui stesso ha dovuto vivere per anni la condizione di malato.

Sappiamo infatti che sin da piccolo ha avuto problemi di salute, che l’avevano portato già dall’infanzia fino alla prima giovinezza sull’orlo della morte.

Pensate cosa significa per una persona dover fare i conti con la sofferenza fisica sin dai primi anni della sua vita. Quale realtà di “solitudine”, di senso di precarietà, esattamente come la condizione di un orfano, era nella sua vita.

Eppure, ecco il miracolo: il Beato Luigi ha fatto di questa esperienza subìta non un pretesto per essere arrabbiato con Dio e con il mondo, ma un metro per cogliere la realtà degli altri che aveva accanto.

Proprio perché era stato toccato dalla sofferenza e aveva sperimentato la consolazione di Dio per lui, ha lasciato che la sua vita diventasse interamente consolazione per gli altri. Una carezza di Dio ai fratelli nella sofferenza.

Noi questa sera abbiamo qui in chiesa le reliquie di una carezza di Dio all’uomo che soffre: la vita del beato Luigi è stata questa carezza.

Cari fratelli del Centro Volontari della Sofferenza, io so che oggi pomeriggio qui a San Marco avete vissuto un momento di ritiro spirituale con don Francesco. Avete cercato di riflettere su come essere Testimoni nel mondo dell’amore di Cristo che nasce dalla risurrezione.

E avete parlato del concetto di “sussidiarietà”: “quello che puoi fare tu non aspettare che sia un altro a farlo!”.

Il Beato Luigi, quando ha fondato il Centro Volontari della Sofferenza, ha fatto appunto un’opera di esercizio di sussidiarietà.

Voi non siete medici o infermieri… siete persone che magari portate la sofferenza nella vostra carne. Ma il Beato Luigi ha avuto l’intuizione di capire che per aiutare una persona nella sofferenza non occorrono solo gli specialisti… occorre che ciascuno possa diventare carezza per gli altri… magari proprio perché la prova lui stesso questa stessa sofferenza.

Ecco quindi che da queste giornate di celebrazioni per il Beato Luigi, carissimi membri del CVS diocesano, portate a casa questa consapevolezza: siete chiamati ad amare gli altri nella forma dei gesti concreti della vostra vita semplice.

Non siete chiamati a testimonianze eroiche. L’eroismo che vuole Gesù da voi è la semplice capacità di accostarvi a chi soffre senza ricette, senza prediche, ma mostrando con la vostra vita che queste persone toccate dalla malattia “non sono orfane”, che qualcuno è vicino a loro, come un padre e una madre, come un fratello o una sorella.

E amando gli altri amerete Gesù stesso. Ce lo dice e conferma il vangelo, proprio nel bellissimo brano di Matteo 25: “ogni volta che avete dato anche solo un bicchiere d’acqua a un fratello più piccolo, l’avete dato a Gesù stesso”.

In ultima analisi, l’incarnazione di Dio in Gesù ci racconta di un Dio che si può toccare come dice papa Francesco “nella carne delle persone fragili e malate”.

Carissimi amici del CVS: diventate carezza dei sofferenti, e sarete carezza anche per Dio! Lo potrete “toccare” e farne esperienza.

Quando una persona soffre, sente a volte lontano anche Dio. La vostra carezza potrà fare sentire Dio più vicino a queste persone e voi stesse potrete sperimentare più vicino a voi l’amore di Dio, che non lascia mai orfani i suoi figli.

Questo vi auguro e questo desidero, per me e per ciascuno di voi, in questa sera della Sesta domenica di Pasqua. Prepariamoci al dono della Pentecoste, al dono dello Spirito Santo, che accenda in noi e nelle nostre povere vite, l’amore stesso di Gesù, perché tutta la nostra vita diventi carezza l’amore per gli altri, sulle orme del Beato Luigi.

Così sia. Vostro don Pier Emilio, vicario generale



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