Asia Bibi: domani l’ultimo processo

Dopo sei anni di carcere con l’assurda accusa di aver insultato il Profeta, Asia Bibi, oggi quarantaduenne, attende il verdetto definitivo.

di Giorgio Bernardelli (www.lanuovabq.it)

Dopo sei anni – che significano oltre 2200 giorni trascorsi in carcere – per Asia Bibi è arrivato il momento del giudizio davanti alla Corte Suprema. L’udienza è fissata per domani a Islamabad – salvo nuovi rinvii dell’ultim’ora in questa terribile vicenda giudiziaria. Sarà la Corte federale del Pakistan ad essere chiamata ad esprimersi dopo che a Lahore – il 16 ottobre 2014 – la locale Alta Corte del Punjab ha confermato la condanna a morte per questa mamma cristiana oggi quarantaquattrenne accusata (senza prove) di aver accusato il Profeta dell’islam. Un’accusa inverosimile, frutto di un diverbio con altre donne musulmane davanti a un recipiente per l’acqua durante il lavoro nei campi. Un’accusa e una carcerazione divenute in questi anni il simbolo più eclatante degli abusi commessi in Pakistan nel nome delle leggi contro la blasfemia.

Non ci sarà domani lei, Asia Bibi, all’udienza di Islamabad: resterà in carcere a Multan. Paradossalmente si tratta di una misura di tutela nei suoi confronti: troppo rischioso portarla là; in Pakistan è già successo in passato che imputati in un processo per blasfemia siano stati uccisi mentre venivano condotti in tribunale. Attenderà, quindi, nel braccio della morte l’esito del terzo grado di giudizio, quello che si spera possa porre fine – almeno da un punto di vista legale – a questo incubo. Stavolta c’è un po’ più di ottimismo alla vigilia dell’appuntamento decisivo. Finalmente, almeno ad Islamabad, a difenderla ci sarà un avvocato importante: Saiful Malook, un musulmano, è il pubblico ministero che ha già ottenuto la condanna dell’omicida di Salman Taseer, il governatore del Punjab ucciso proprio per aver preso posizione in favore di Asia Bibi. Sarà Malook, domani, a sostenere davanti alla Corte Suprema quello che su questa vicenda le organizzazioni dei cristiani pachistani hanno detto fin dall’inizio. E cioè che tutta l’accusa di blasfemia si basa sulla parola di due donne musulmane mosse da ostilità verso una bracciante cristiana. Due testimoni che, per di più, hanno sporto denuncia solo cinque giorni dopo il presunto episodio; una circostanza in palese contraddizione con la tempestività richiesta dal codice penale pakistano. Malook sostiene che persino la stessa sharia – la legge islamica – in questo caso non stia dalla parte delle accusatrici.

La speranza è che queste certezze dell’avvocato non si rivelino alla fine un’illusione. L’attenzione con cui i cristiani di tutto il mondo ormai seguono la vicenda qualche effetto, comunque, pare che finalmente lo stia portando. Qualche settimana fa, ad esempio, persino un canale come al Jazeera English ha pubblicato sul suo sito internet gli atti dei primi due processi contro Asia Bibi, mettendo in evidenza le lacune e le contraddizioni delle accuse mosse contro la donna cristiana. È stato un modo per preparare il terreno a un eventuale verdetto a lei favorevole della Corte Suprema pakistana?

Nel caso dovesse essere assolta, Asia Bibi sarà immediatamente rilasciata; in caso contrario – invece – alla difesa resterebbero due ultime carte: un’ulteriore richiesta di revisione della sentenza e, infine, la possibilità della grazia, da richiedere al presidente della Repubblica. Va aggiunto, però, che anche in caso di assoluzione il Calvario di Asia Bibi sarebbe tutt’altro che concluso: una volta libera, in Pakistan rischierebbe comunque di essere uccisa da qualche estremista a cui basta aver visto associato il suo nome all’accusa di blasfemia per ritenerla indegna di continuare a vivere. Per questo motivo è dato per scontato che – se otterrà il proscioglimento – Asia Bibi e la sua famiglia prenderanno la strada dell’esilio. La Francia si è già detta disponibile a offrire loro asilo (si spera anche con un livello adeguato di protezione).

Basta tutto questo a far capire quanto la vergogna delle leggi anti-blasfemia in Pakistan sia una piaga ben più profonda della stessa assurdità di questa vicenda. Introdotte dal generale Zia nel 1982, queste due aggiunte estremamente vaghe al codice penale pakistano sono diventati un facile strumento per coprire centinaia di abusi contro i più deboli, tra cui moltissimi cristiani. Il più delle volte non si arriva nemmeno in tribunale: basta l’accusa di oltraggio all’islam per scatenare il linciaggio. Proprio come estremo gesto di protesta contro questo sistema omicida nel 1998 un vescovo cattolico, monsignor John Joseph, vescovo di Faisalabad, si suicidò davanti a un tribunale. Un grido disperato in nome del suo popolo, accolto con indifferenza dal mondo. Oggi il caso di Asia Bibi per lo meno ha acceso i riflettori; ma comunque vadano le cose alla Corte di Islamabad sarà bene tenerli accesi anche per i tanti altri che in Pakistan condividono la sua stessa sorte.



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