Arriva il film su Lech Walesa

In questa rubrica negli ultimi tempi ci siamo spesso soffermati sul ‘buon vento’ che dall’Est, e talvolta perfino profondo Est, soffia verso l’Occidente e la Mitteleuropa tutta. Con le uscite della nuova stagione cinematografica eccone ora una nuova conferma. Sta arrivando infatti in queste settimane in Italia il film di Andrzej Wajda su Lech Walesa […]

In questa rubrica negli ultimi tempi ci siamo spesso soffermati sul ‘buon vento’ che dall’Est, e talvolta perfino profondo Est, soffia verso l’Occidente e la Mitteleuropa tutta. Con le uscite della nuova stagione cinematografica eccone ora una nuova conferma. Sta arrivando infatti in queste settimane in Italia il film di Andrzej Wajda su Lech Walesa (Walesa, l’uomo della speranza) che ripercorre in modo epico la vita del fondatore del primo sindacato libero Oltrecortina, Solidarność, nonché Presidente della Repubblica all’indomani della liberazione dal giogo comunista. Walesa, anche per l’amicizia con Giovanni Paolo II, è tutto sommato noto anche al grande pubblico in Italia. Il suo faccione da tipico polacco con i grandi baffi è stata una delle icone europee più trasmesse degli anni Ottanta e Novanta: dai tg ai giornali, il suo volto ha contribuito a caratterizzare un’epoca storica e ce lo ritroveremo sui libri di storia di domani. Meno noto è quello che ha rappresentato per la storia polacca e il cattolicesimo orientale. Per capirlo, ci voleva un film su Solidarność. La storia di questo sindacato unico sotto ogni punto di vista in Patria è già leggenda ma fuori dai confini ha pochi cultori. Anzitutto per i numeri: a pochi anni dalla sua nascita improvvisa e non programmata, il movimento arrivò a toccare la quota dei dieci milioni (milioni!) di iscritti raccogliendo gente di ogni ceto ed estrazione. Oggettivamente, non si ricorda una cosa del genere nella storia europea. Il sindacato occidentale in quanto tale, in effetti, è stato spesso contrassegnato, da logiche quasi partitiche ed esclusivistiche, facendo della cura gelosa del proprio ‘particulare’ (per dirla con Machiavelli) il suo invalicabile orticello. Non così, invece, dalle parti di Danzica (dove il nuovo soggetto nacque, nell’ormai mitica estate del 1980, quasi a ridosso della prima visita di Giovanni Paolo II). Solidarność (che in polacco significa, non a caso, “solidarietà”) è stata un’aggregazione interclassista per definizione, proprio perché cattolica e apartitica. Un’idea di che cos’era può darla la scelta dell’iconografia originale del movimento: due figure di San Michele Arcangelo e della Vergine di Cestochowa. Avete capito bene. Il principe degli Angeli e la Madonna lì onorata come Regina della Nazione. Ora, ve l’immaginate voi una cosa del genere in Italia? Che ne so, alle manifestazioni della CGIL o anche della CISL con migliaia di stendardi mariani e persino medievaleggianti, canti alla Vergine e invocazioni? No? E fate bene, perchè la nostra storia, civile e religiosa, nonostante alcune analogie, è stata molto diversa da quella polacca. Quello strano sindacato che sarebbe diventato il più grande della storia continentale nacque, in effetti, con delle rivendicazioni ben precise. Salario minimo e contratto garantito, in primis, certo. Ma non solo. Sfogliando i punti delle prime richieste al regime quel sindacato andava anche ben oltre: parlava di libertà religiosa e precetti da assolvere. No alla violazione delle festività cristiane per esempio e, persino, la richiesta di non onorare più Dio di nascosto. Uno degli ultimi punti era a questo proposito perentorio: vogliamo la Messa in fabbrica. La vogliamo. Punto e basta.

            Al che il regime capì subito che questa volta aveva davanti qualcosa di nuovo e imprevisto, e che forse, mai espressione fu più ‘adatta’, in fondo non era di questo mondo. La capitolazione a quel punto sarebbe stata solo questione di tempo. In gioco, si capisce, non c’era una questione di mere ore lavorate o di diritti professionali non tutelati ma molto ed infinitamente di più: un’idea della società, della storia e persino del mondo. Walesa, per esempio, era convintissimo di una cosa: che la fede preesistesse allo Stato e che, per essere manifestata, non bisognava chiedere permessi a nessuno, neanche ai comunisti. Qualora il regime gli avesse negato quella libertà, loro se la sarebbero presa ugualmente, a qualsiasi costo, anche di morire. Perchè gli apparteneva. Oggi diremmo: perchè non era negoziabile. E poi, ovviamente, c’era la questione dell’anima identitaria da dare alla Nazione. Walesa, come qualsiasi vero polacco, era convinto che la Patria e il cattolicesimo fossero una cosa sola, come la storia del popolo nei secoli passati aveva d’altronde abbondantemente dimostrato. Il regime, viceversa, pensava che fosse qualcosa di cui – prima o poi – doversi liberare. Dal che si vede bene, tra l’altro, a che tipo di assurdità si può arrivare quando si coltiva l’ideologia astratta ignorando i dati della realtà. Il film racconta tutto questo e molto altro ancora, in modo spettacolare e narrativamente avvincente, perchè da  allora veramente il corso della nostra storia europea cambiò. Giovanni Paolo II appoggiò esplicitamente il movimento di Walesa e le immagini degli operai polacchi in rivolta fecero il giro del mondo. A loro volta, le opposizioni dei Paesi vicini presero fiducia e iniziarono a chiedere (e a ottenere) le stesse cose che Walesa aveva chiesto in Polonia. Ma non fu, dobbiamo ricordarlo, una passeggiata. Molti, nel frattempo, continuarono a morire ammazzati, vittime innocenti e veri e propri martiri di un sistema che continuò nella sua azione disumana fino alla fine: tra questi, proprio il cappellano di Solidarność, don Jerzy Popieluszko (1947-1984), che è stato beatificato qualche tempo fa e su cui pure è uscito un film (disponibile anche dalle nostre parti) di assoluto rilievo: Popieluszko. Non si può uccidere la speranza. Per tutto questo il prossimo film in arrivo in Italia andrebbe visto e fatto vedere senza reticenze il più possibile non solo per mostrare semplicemente ‘come eravamo’ a Est ma per dimostrare, anche con riferimenti puntuali, evidenze ormai sempre più nascoste o discusse: per esempio che la fede ha un rilievo pubblico, per esempio che la dottrina sociale ha piena cittadinanza nelle scelte politiche e laiche di tutti i giorni, per esempio che la lotta per la libertà non è – né è mai stata – un copyright dell’illuminismo o di chissà quale rivoluzione. Non è poco, ci pare.



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