Aristotele Magno

Il tema dell’educazione è come un campo minato. Amplio e complesso in tutte le sue declinazioni (politiche, giuridiche, antropologiche, etiche…), merita di essere preso in considerazione perché d’importanza vitale per il bene della persona umana. È un’impresa impossibile, in uno spazio così breve, essere esaustivi. Parlarne è già un primo passo per riflettere sulla questione. […]

Il tema dell’educazione è come un campo minato. Amplio e complesso in tutte le sue declinazioni (politiche, giuridiche, antropologiche, etiche…), merita di essere preso in considerazione perché d’importanza vitale per il bene della persona umana.
È un’impresa impossibile, in uno spazio così breve, essere esaustivi. Parlarne è già un primo passo per riflettere sulla questione. E, perché no, avviare un dibattito. Non è forse vero, secondo la concezione classica, che una comunità fonda la sua esperienza sul dialogo (dià-lògos), inteso come partecipazione alla medesima capacità di scoprire la verità circa il bene? Rettamente inteso, il dialogo non è scontro/polemica tra nemici, ma ricerca di ciò che è bene e vero.
La domanda da porsi anzitutto è la seguente: chi è il primo soggetto educativo? Ovverosia, chi ha il diritto/dovere originario, primario e, pertanto, inalienabile di educare? Da una lettura comparata della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 26 §3), del nostro Codice Civile (art. 147), della Carta dei diritti della famiglia della S. Sede (art. 5), la risposta è inequivocabile: i genitori. Hanno loro «in primo luogo il diritto di scegliere il genere di educazione» e quindi il dovere di poter «istruire ed educare la prole» in ragione del fatto che hanno «dato la vita ai loro figli».
Se ciò è vero significa che i genitori esercitano il diritto-dovere di educare non per una sorta di benevola concessione o per una graziosa delega da parte del legislatore. Pertanto se l’educare, in primo luogo, appartiene alla famiglia ciò comporta, per logica conseguenza, che gli altri eventuali soggetti possono intervenire sul processo educativo solo in aiuto e in subordine a esso.
Rapportando il principio enunciato alla realtà attuale, verrebbe da dire che vale solo sulla carta o in teoria. Lo Stato, in particolare attraverso la scuola, è entrato in modo pervasivo nella gestione dell’educazione della persona. Qualche esempio. La crisi economica ha comportato per la famiglia una perdita, nel tempo, della possibilità di autodeterminarsi nelle scelte educative e scolastiche, dovendo dipendere sempre di più dallo Stato.
Si è rovesciato in tal modo il principio di sussidiarietà: anziché essere lo Stato a mettere la famiglia nelle condizioni più consone per esercitare i suoi diritti fondamentali, in questo caso quello educativo, ora è lo Stato stesso che si sostituisce alla famiglia, tanto più che le leggi del nostro Stato, negli ultimi anni, si sono mosse verso una scolarizzazione completa del tempo e della giornata nelle varie fasi evolutive del bambino, adolescente, giovane.
In tal modo viene negata, di fatto, l’autonomia della famiglia e la sua precedenza nei confronti dello Stato. E la storia insegna che, in queste situazioni, l’ideologia dominante trova terreno fertile per ricostruire ex novo la persona, una volta negatagli l’originaria appartenenza a una famiglia.
Era lungimirante Aristotele, in confronto ai nostri ordinamenti moderni, quando asseriva che «la famiglia è qualcosa di anteriore e di più necessario dello Stato» (Etica Nicomachea, III, 12,18). Da questa vera sapienza umana si potrebbe ripartire.



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