“Arcipelago Chiesa” di Stanley Jaki

Una delle menti più lucide della cattolicesimo mitteleuropeo dei nostri giorni è stato senz’altro il benedettino ungherese (poi naturalizzato statunitense), morto nel 2009 a 85 anni di età. Professore di fisica all’università, oltre che di teologia, toccando livelli di assoluta eccellenza, è noto agli specialisti per le sue decine e decine di scritti sul rapporto […]

Una delle menti più lucide della cattolicesimo mitteleuropeo dei nostri giorni è stato senz’altro il benedettino ungherese (poi naturalizzato statunitense), morto nel 2009 a 85 anni di età. Professore di fisica all’università, oltre che di teologia, toccando livelli di assoluta eccellenza, è noto agli specialisti per le sue decine e decine di scritti sul rapporto storico (fondamentale, peraltro, per lo sviluppo della civiltà occidentale) tra scienza e fede nel senso che – quasi unico quando iniziò – Jaki si è sempre speso per dimostrare a suon di prove provate e argomenti, scienziato rigoroso tra gli scienziati, che dalle nostre parti è stata la prima – in buona parte – a derivare dalla seconda, almeno nel senso moderno del termine per come la conosciamo noi oggi. Hai detto mica niente. Certo, negli ultimi tempi le cose sono un po’ migliorate ma a livello popolare – e non – c’è ancora fior di gente che pensa davvero che la scienza sia nata con l’illuminismo. Hai voglia a spiegare che l’università come luogo di ricerca e confronto libero tra gli studiosi nasce nel Medioevo grazie alla Chiesa e all’iniziativa personale, oltre che al patrocinio diretto, di Pontefici e Vescovi. Hai voglia a dire che la nascita del metodo scientifico deve molto anche al metodo della disputatio scolastica e che, ad esempio, i primi biologi (compreso quel Sant’Alberto Magno, maestro di un certo Tommaso d’Aquino) portavano tutti la talare. Hai voglia a dire che se persino la Specola vaticana é uno degli osservatori astronomici più antichi al mondo un motivo ci sarà. Macché. Parole al vento. Fosse ‘solo’ per questo suo notevole lascito quale storico e filosofo della scienza Jaki (il quale era anche uno dei pochi a potersi permettere di dare del ‘tu’ ai Papi, Giovanni Paolo II, ma soprattutto Benedetto XVI, che lo stimava parecchio) meriterebbe di essere ricordato in ogni manuale di storia della Chiesa del ‘900. Ma stavolta non è per questo che volevamo parlarne. Lo citiamo invece perché una delle sue ultime fatiche prima di chiudere gli occhi a questa terra è stato il breve saggio, pubblicato in Italia da Giovanni Zenone di Verona per la casa editrice Fede & Cultura, dal titolo Arcipelago Chiesa. La copertina è già un manifesto parlante: vi si riproduce infatti uno dei capolavori di Rembrandt, Geremia piange la distruzione di Gerusalemme

            Jaki, prendendo a pretesto la crisi della liturgia nel XX secolo, ripercorre a grandi linee l’ultima fase del processo di scristianizzazione dell’Europa nei tempi moderni. Il panorama, obiettivamente, per come viene descritto qui, è a dir poco impressionante. Abituati come siamo a dover provare ormai anche le evidenze più evidenti, il fatto che appena un secolo fa, all’inizio del Novecento, il Vecchio Continente fosse ancora, grosso modo, “un continente cattolico”, ci pare un sogno a occhi aperti. Intere Nazioni che oggi sono praticamente perse perché bisogna ricominciare dall’ABC, o quasi, cioè Francia, Belgio, Spagna, allora facevano ancora registrare una genuina vitalità spirituale. Poi venne la Prima Guerra Mondiale, caddero quattro imperi plurisecolari e arrivarono i totalitarismi. Quindi venne la Seconda Guerra Mondiale e subito dopo la Guerra Fredda. In mezzo, per non farci mancare proprio niente, la Contestazione sessantottina inaugurata dal Maggio francese e poi diventata codice morale, e comportamentale, universale. Ma la cosa che fa mancare il respiro – se solo ci si pensa – è che tutto questo è successo nell’arco di neanche ottant’anni (1914-1989). Jaki, che ha la mano felice anche come narratore, lo definisce metaforicamente un vero e proprio “diluvio” culturale e morale anticristiano. Per quanto il cattolico, per definizione, non perda mai la speranza, in questo quadro generale, apparentemente, sarebbe dura darsi all’ottimismo. Dopotutto, il senso ultimo dell’odierna e molto dibattuta ‘questione antropologica’ è proprio qui. In uno iato tra fede e cultura che è diventato ordinariamente fisiologico, ambientale. Cose e comportamenti che fino a qualche tempo fa  – coerentemente con l’esperienza e la tradizione comune dell’umanità passata – sarebbero stati socialmente sanzionati con la massima fermezza a livello collettivo, da credenti e non credenti, indipendentemente dalle rispettive simpatie politiche o ideologiche, oggi vengono legittimati istituzionalmente e persino auspicati nei contesti più impensati.

Eppure, nel panorama di crisi, silenziosamente, crescono non pochi luoghi di opposizione, o ‘controculturali’ come si dice oggi, che fanno meno rumore e costruiscono di più. Sono appunto le isole dell’arcipelago Chiesa, come le chiama l’autore, veri e propri ambienti di rigenerazione e speranza in un mondo sempre più ostile. Congregazioni nuove, movimenti laicali, aggregazioni familiari, gruppi di preghiera, associazioni culturali. L’autore fa l’esempio di una scena che lo ha colpito, vista sul bus di una grande metropoli mitteleuropea: una di giornata d’estate in cui non pochi dei presenti si lasciavano pubblicamente andare ad atteggiamenti dei più equivoci finché ad un certo punto non è comparsa all’improvviso dal nulla una ragazza, forse persino più giovane di tutti gli astanti, con il suo lungo vestito bianco, adornato da un semplice scapolare, e il velo. Una consacrata insomma. Ma era bastato il suo modesto incedere per generare – a detta di Jaki – un contrasto radicale insopprimibile con la scena che si svolgeva in quel momento tutt’intorno. Persino i suoi occhi, nonostante la giovane età, sembravano come trasfigurati. Quando si dice avere la luce dentro. Eppure, per paradosso, neanche lo stesso Jaki fino a quel momento sapeva dell’esistenza di quella comunità nel suo Paese. Nessuno ne aveva mai parlato. Nonostante il fatto che fosse contraddistinta da una radicalità evangelica esigente, visibile di primo acchito. Oppure proprio questo era il problema: l’opposizione, chiarissima, nei gesti essenziali come nell’abito, al mondo e alla sua mentalità. In ogni caso, una testimonianza significativa e inattesa. Ma questa è solo una tra le altre. Di cui a volte, forse, purtroppo non siamo coscienti neanche noi. Ed è davvero un peccato, a dirla tutta. Perché finiamo poi per non comprendere che il cuore della bellezza umana e delle migliori speranze per il futuro passa, ancora una volta, per il cuore della Chiesa.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *