Amore e desiderio, due inediti di Wojtyla

La predicazione di don Wojtyla a Cracovia, nei suoi primi anni di sacerdozio, fino a quando divenne Vescovo, soprattutto in Occidente, è nota relativamente poco. Sappiamo che furono anni piuttosto duri, fatti di molta preghiera, tanto studio e di impegno pastorale assiduo, soprattutto con i ragazzi universitari che seguiva a Cracovia, ma – biografie monumentali, […]

La predicazione di don Wojtyla a Cracovia, nei suoi primi anni di sacerdozio, fino a quando divenne Vescovo, soprattutto in Occidente, è nota relativamente poco. Sappiamo che furono anni piuttosto duri, fatti di molta preghiera, tanto studio e di impegno pastorale assiduo, soprattutto con i ragazzi universitari che seguiva a Cracovia, ma – biografie monumentali, e specialistiche a parte, vedi quella in tre tomi dello scrittore statunitense George Weigel – non sappiamo molto di più. Ed è un peccato, perché per colui che divenne Papa Giovanni Paolo II furono senz’altro questi gli anni più fruttuosi dal punto di vista della messa a punto intellettuale delle catechesi sull’amore umano, di cui il celebre dramma teatrale (poi trasposto in pellicola cinematografica) La bottega dell’orefice, ad esempio, rappresenta solo il risultato ad oggi più noto, ma non certo l’unico. Furono questi gli anni in cui scrisse anche Amore e responsabilità, il saggio che compendierà le grandi direttrici ideali che decenni più tardi caratterizzeranno le udienze generali del mercoledì sulla ‘teologia del corpo’. Ora la casa editrice La Scuola aggiunge un altro contributo interessante: si tratta di Amore e desiderio, un breve testo che raccoglie due conferenze degli anni Settanta – qui proposte con un lavoro a cura di Giuseppe Mari – finora totalmente inedite dove Wojtyla ragiona sulla costante dialettica fra ragione e desiderio che anima costitutivamente ogni rapporto amoroso (cfr. K. Wojtyla, Amore e desiderio, Brescia 2016, pp. 64, Euro 6,50). La novità, se così si può dire, qui è che il testo rappresenta anche una sorta di memoriale degli anni del postconcilio in cui le riflessioni toccano i dibattiti intra-ecclesiali più accesi del tempo, su tutti sui documenti Gaudium et Spes e Humanae Vitae, due testi a cui, come noto, il futuro Papa contribuì in prima persona e che vide quindi nascere e svilupparsi da vicino, non da spettatore lontano, ma da attivo ispiratore. Con considerazioni tanto lucide quanto preveggenti, sentite ad esempio questa espressa dopo avere letto personalmente le lettere degli episcopati di mezzo mondo sulla pastorale famigliare: “ho notato che proprio l’ambito della cultura europea, quello a cui siamo legati molto da vicino, a cui noi dell’Oriente aderiamo, a cui in pratica apparteniamo, è l’unico ambito in cui si critica la Humanae vitae” il che smentirebbe in modo radicale praticamente tutte le principali ricostruzioni finora più accreditate dagli storici secondo cui l’enciclica di Paolo VI giunse quasi inattesa come un fulmine a ciel sereno contro tutto e tutti. Certo, fu l’enciclica del 1968, lo stesso anno della Contestazione e della Rivoluzione sessuale, e visto quel che accadeva in tutta Europa e nel mondo intero non poteva passare inosservata ma quello che qui pare trasparire è invece un’altra immagine, in riferimento alla vita della Chiesa: se qualcuno sperava in un documento che appoggiasse l’ondata rivoluzionaria questo qualcuno lo faceva spinto principalmente dalla cultura mondana che cercava invano di ‘battezzare’ e di cui in fondo le sue stesse idee erano espressione ma nel resto della Catholica le sue idee restavano perlopiù opinioni strambe senza alcun seguito né fondamento. Wojtyla prosegue, non senza un certo sarcasmo: “Penso che sarebbe una cosa molto interessante e istruttiva se comparassimo le dichiarazioni degli stessi settimanali o quotidiani nelle edizioni di quindici anni fa e di oggi: allora si invocavano i contraccettivi e li si elevava al rango di imperativo sociale. Dopo quindici anni si richiede un aumento delle nascite. A chi venne detto che bisognava evitare di avere figli nel matrimonio oggi si dice invece che bisogna avere figli e averne in abbondanza. Ma è una cosa realizzabile? L’uomo è forse un meccanismo sul quale è così facile imprimere degli ordini a livello così profondo? Alla base di tutto questo non c’è forse un orribile errore nel campo stesso della visione dell’uomo? E con che faccia possiamo poi ancora parlare di umanesimo?”. Già, con che faccia potremmo ribadire anche noi oggi con riferimento non solo a questa ma a tante altre questioni disputate (almeno a sentire i mezzi di comunicazione) inerenti la vita di coppia, matrimoniale e sessuale? Con che faccia?

Per il resto, naturalmente, la bussola ideale delle due conferenze inedite è data sempre dall’etica evangelica che, essendo partecipazione dell’amore di Dio all’uomo, ha illuminato di conseguenza anche l’amore dell’uomo per l’uomo con una luce tutta speciale e originalissima, quella della Rivelazione biblica neo-testamentaria appunto sicché l’amore cristiano (cioè, proprio di Cristo) rappresenta ultimamente la meta e la pienezza dell’amore umano, anzi – in definitiva – l’unico vero amore possibile. Se Dio ha redento il peccato prodotto dai rapporti umani come non poteva redimere d’altronde anche il rapporto principale da cui tutto nasce – letteralmente – che è il rapporto d’amore? Wojtyla era così convinto che l’approfondimento della teologia cattolica dell’amore sponsale fosse ‘la’ questione principale del nostro tempo che, anche da Pontefice, ci tornò ogni volta che gli fu possibile dimostrando come si trattasse di un lavoro pressoché senza-fine, soprattutto a fronte di una cultura secolarista intrisa di materialismo – teorico e pratico – che rimuoveva ormai quotidianamente il primo effetto sociale della Redenzione, ovvero il primato trascendente della dignità umana: “perciò, parlando di amore cioè parlandone con la nostra voce, con le nostre labbra, e anche con tutto il nostro corpo, con la coscienza di una certa voce interiore del pensiero e del cuore, noi teologi dobbiamo sempre avere davanti agli occhi l’amore umano come reale partecipazione all’amore di Dio. Tutto il vero amore umano è reale partecipazione all’amore di Dio. Anche l’amore matrimoniale è partecipazione reale all’amore di Dio. L’amore di un uomo e di una donna in tutte le tappe della vita, cominciando dai cosiddetti teenagers, fino agli anniversari che definiamo come ‘nozze d’oro’, in cui gli sposi a volte vengono nelle nostre parrocchie per ricevere una nuova benedizione. Tutta la ricchezza umana di questo amore non può nascere al di fuori di questa partecipazione all’amore di Dio. Certamente, grazie a Lui, se così si può dire, essa si libera, si sprigiona.”



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