“Amor che muove il Sole…”

Una tendenza molto comune all’uomo di oggi è quella di rifuggire, appena gli è possibile, la fatica, il sacrificio, l’impegno e la dedizione. Gran parte della sua energia – certo poca rispetto ai suoi ben più vigorosi progenitori – la investe nel lavoro e nei doveri quotidiani: il suo tempo libero è appunto “libero” per […]

Una tendenza molto comune all’uomo di oggi è quella di rifuggire, appena gli è possibile, la fatica, il sacrificio, l’impegno e la dedizione. Gran parte della sua energia – certo poca rispetto ai suoi ben più vigorosi progenitori – la investe nel lavoro e nei doveri quotidiani: il suo tempo libero è appunto “libero” per il riposo, le comodità, l’ozio. Questa osservazione non ha nulla di critico, poiché anche il fare nulla a volte è ritemprante e necessario.

La questione si fa decisamente allarmante quando questo adagiarsi nella comodità diventa un habitus che da veste della feste piano piano si trasforma in un morbido e confortante indumento da vestire tutti i giorni. Questa ambigua inclinazione si associa ad un’altra tendenza fortemente radicata in tutti i noi: la perdita del senso della gratuità, sostituito con l’ossessiva ricerca dell’utile e del vantaggioso in ogni cosa intrapresa. In questa cornice, il brevissimo e intenso saggio “Fondamento dell’alpinismo”, scritto da Spiro Dalla Porta Xydias per i “Quaderni” di Luglio Editore dedicati all’“Etica dell’Alpinismo”, agisce da fermo richiamo a un nuovo modo di essere, di vivere e di guardare alle cose che ci circondano. Ad essere più precisi, non si tratta tanto di un modo “nuovo”, quanto antico, ma solo da riscoprire e rivitalizzare nelle nostre esistenze.

Questo Quaderno, a cui abbiamo già accennato la volta precedente, è un piccolo trattato dell’arte di vivere. L’alpinismo di cui si parla infatti non è quello comunemente inteso – vale a dire un semplice sport, un hobby o una passione per i pericoli estremi –, ma è una prassi profonda e intensamente spirituale che coinvolge tutta la persona e che si nutre della primordiale aspirazione umana verso le vette, le altezze, il cielo che ci sovrasta e ci supera. Nella scalata di un monte, ci racconta Spiro, l’alpinista ritrova la comunione perfetta tra il corpo e lo spirito: il corpo – che si muove, fatica, rischia, supera gli ostacoli e piano divora la distanza dalla cima – e lo spirito che si eleva, si slancia, si purifica e si alleggerisce, come se nel procedere della salita l’aria purissima dei picchi e della volta celeste si fondesse con il suo soffio vitale e lo liberasse da ogni scoria e detrito della terra. La scalata diventa ascesa, percezione profonda della bellezza del creato, dialogo intimo con le voci e i profumi della natura, riconoscimento dell’originario impulso umano a innalzarsi, trasfigurazione della montagna in vetta sacra, dimora del divino. Puntando alle cime, l’uomo ritrova il gusto e il senso della fatica, impara il valore della concentrazione, della gratuità, della bellezza, della catarsi e appaga la sua originaria vocazione alle altezze, il suo fondamentale orientamento verso le vastità del cielo. Un tuffo nell’infinito ed ecco che l’uomo moderno, pigro, assonnato e stanco, da eterno fuggitivo del proprio alto destino ritorna ad essere una creatura degna del Creatore, rivestito del suo manto regale e del suo diadema splendente. Così conclude Spiro: «Alpinismo, espressione totale in quanto coinvolge spirito e copro, dell’innata questua dell’essere umano verso il cielo. Realizzato sulla montagna, la quale a sua volta simboleggia la tendenza cosmica dell’elevazione. Che in quanto tale costituisce un atto d’amore. “Amor che muove il Sole e l’altre stelle”».



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