Alla Statale il fascino delle rovine

La parola “rovine” evoca immediatamente immagini di desolazione e tristezza. Tuttavia, come accade per ogni altra realtà del mondo fisico e spirituale abitata dall’uomo, anche questa parola dall’aura apparentemente tetra può essere assunta all’interno di una riflessione profonda sull’umano e le sue capacità speculative e simboliche. Una prova di questa straordinaria permeabilità dell’esistente al pensiero […]

La parola “rovine” evoca immediatamente immagini di desolazione e tristezza. Tuttavia, come accade per ogni altra realtà del mondo fisico e spirituale abitata dall’uomo, anche questa parola dall’aura apparentemente tetra può essere assunta all’interno di una riflessione profonda sull’umano e le sue capacità speculative e simboliche.

Una prova di questa straordinaria permeabilità dell’esistente al pensiero umano ci è stata brillantemente offerta da una conferenza su “La forza delle rovine” tenuta recentemente presso la Biblioteca Statale “Stelio Crise”. L’incontro, organizzato dal “Circolo della Cultura e delle Arti” ha avuto come ospite il prof. Marcello Barbanera, professore di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso il Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università La Sapienza di Roma, il quale haripercorso le tappe principali della percezione delle rovine nella cultura occidentale, soffermandosi sulle esperienze di Atene e Roma.

Sulla scia delle sue argomentazioni e intuizioni, supportati anche da una splendida pubblicazione da lui curata con il significativo titoli “Relitti riletti” (Bollati Borlinghieri, 2009), ci ritroviamo a viaggiare con uno sguardo stupito e meravigliato nell’universo delle rovine che sempre più, nel nostro mondo ipertecnolgico ed evoluto, vanno ad incastonarsi in scenari urbani avveniristici come preziose gemme sopravvissute ad un naufragio.

Saper leggere le rovine e saperle custodire e guardare con la dovuta cura e attenzione, ci insegna Barbanera, è questione vitale per l’uomo, in quanto proprio nelle rovine egli trova la sua ancora temporale nel caos degli eventi e della storia. Nel suo rapporto con esse, a partire dagli albori delle grandi civiltà, l’uomo esprime anche la sua visione della vita e di se stesso.

Ripercorrendo infatti la storia della percezione delle rovine dal mondo greco-romano ad oggi, vediamo ogni volta riflettersi nei diversi approcci nei loro confronti tutto lo spirito di un’epoca. In ragione di questo nesso, il modo in cui noi oggi guardiamo alle rovine è testimonianza anche del nostro modo di concepire l’esistenza e di motivarla.

«Le allegorie sono nel campo del pensiero, quello che le rovine sono nel campo delle cose», affermava Walter Benjamin citato da Barbanera in “Relitti riletti”. Infatti, come abbiamo messo in luce sopra, le rovine, per questa loro capacità speculare nei confronti dello spirito di un’epoca, è ideale palestra di esercizio e di meditazione nelle più diverse discipline, dalla filosofia alla letteratura, dalla pittura alla sociologia fino alla psicoanalisi. Per quanto riguarda quest’ultima, ricordiamo che Freud nel suo saggio “Il disagio della civiltà” scelse l’immagine delle rovine come metafora della struttura dell’inconscio che è un palinsesto stratificato di “relitti” accumulati nel tempo dalla vita psichica nei suoi anfratti più profondi e ignoti.

Nel campo della filosofia e della sociologia ricordiamo Georg Simmel che nel saggio “La rovina” coglie un aspetto singolare dei relitti del passato: se un’architettura, nel suo basamento stabile a terra e nella sua successiva edificazione verso l’alto esprime l’equilibrio tra la tendenza ascendente dello spirito e la pesantezza che grava verso il basso della natura, nella rovina questo equilibrio si infrange e tra le due forze a vincere è quella della natura. Di qui il «senso di tragicità derivante dal conflitto cosmico» che «getta sulla rovina un’ombra di malinconia».

Se nel mondo greco le rovine avevano un valore commemorativo dei fasti del passato e nel mondo romano una funzione più moraleggiante che metteva in guardia dalle incerte sorti della gloria, nel Medioevo la rovina è presa a simbolo del carattere effimero della vita umana e delle sue conquiste risolvendosi in pretesto per un discorso di carattere morale. È solo con il Petrarca che inizia a configurarsi una visione anticipatrice degli slanci più entusiastici degli umanisti: le rovine del passato, soprattutto quelle romane contemplate con sguardo ammirato, sono una sorta di appello a ricreare la magnificenza antica ricostruendo una nuova grande Roma cristiana. Gli umanisti e poi gli intelletti più robusti e appassionati del Rinascimento si muoveranno in questa direzione, deplorando la decadenza del presente ed invocando la ricostruzione di una civiltà grande e magnifica come quella romana di un tempo, con la differenza che la nuova Roma dovrà pulsare in tutto il suo splendore di un ardente cuore cristiano.

Di qui lo slancio nel XV secolo di uomini come Biondo Flavio, Leon Battista Alberti, Enea Silvio Piccolomini (papa nel 1458 con il nome di Pio II), papa Eugenio IV, lampade che illuminano la riscoperta e la valorizzazione delle rovine, aprendo la strada che porterà all’archeologia. Il gusto estetico e letterario delle rovine già si accompagna in alcuni di questi grandi uomini di cultura e di scienza a delle accentuazioni nuove che puntano a ricostruire ciò che è stato e a carpirne con lo studio le tecniche stesse di costruzione. Si delinea, non ancora così marcato come in epoche più recenti, un atteggiamento meno speculativo e più pratico e concreto che costruisce cantieri, saccheggia quanto resta degli edifici antichi, edifica nuovi monumenti con pietre riprese dai siti archeologici.

Sullo sfondo di questo fervore costruttivo che punta a costruire la nuova Roma cristiana sulle fondamenta della Roma antica, persiste, via via che si procede verso la fine del Rinascimento, una percezione poetica e malinconica della rovina come immagine del tempo che fugge e tutto consuma. Il motto di Sebastiano Serlio “Roma quanta fuit ruina docet” (“Quanto grande fu Roma lo insegnano le rovine”), che incornicia la raffigurazione di un paesaggio di rovine nel suo “De Architectura”, riassume l’atteggiamento interiore, tra elegiaco e crepuscolare, di intellettuali e scrittori come Joachim Du Bellay e Michel de Montaigne.

Attraverso le pitture di rovine del XVII secolo, che esprimono una sensibilità lirica divisa tra compiacimento, malinconia e senso elegiaco della fine di ogni cosa, e poi il rigore più ragionato e lucido dell’Illuminismo che congeda con la metafora della rovina, o del frammento, i grandi sistemi assoluti di pensiero del passato, si approda alle sponde visionarie dei romantici che non possono non amare le rovine, specie quelle nordiche che proiettano ombre perturbanti su campagne desolate inondate dalla luce spettrale della luna. È in questa epoca che si afferma la poetica del frammento come categoria estetica e come simbolo di un nuovo modo di concepire la conoscenza.

Nel corso dell’800, parallelamente al sorgere e al consolidarsi della moderna società industriale delle macchine dominata dalla tecnologia e dal mito della velocità, la rovina viene guardata con occhi quasi timorosi e nostalgici poiché si teme che il mondo moderno spazzi via tutto il passato e i suoi nobili valori. Di qui lo slancio ricostruttivo e riparatore della ormai affermata e ben rodata archeologia che nel corso del ‘900 finirà, con la sua febbre di ricostruzione materiale del passato sulla base delle rovine, per distruggere in molti casi con interventi riparatori modernizzanti i siti archeologici più rilevanti e belli. È un tempo, quello moderno, che è incapace di sopportare il frammento, la lacuna, l’assenza, la sottrazione di qualsiasi cosa al proprio potere assoluto di dominare e di modellare a piacimento ogni realtà secondo i proprio fini.

Non così i grandi protagonisti della cultura e letteratura del ‘900, che nella poetica del frammento, della rovina come metafora di un’unità che non esiste più, nella percezione del tempo divoratore e sterminatore, scoprono il fondamento della propria visione della vita e il principio regolatore dell’architettura delle loro opere: in primis Marcel Proust con la sua “Recherche”, ove lo scrittore-attore si fa cercatore di rovine come condensato estremo della vita vissuta che, opportunamente sollecitate, possono liberare tutti i propri “prigionieri” e restituirli ad una nuova vita grazie all’aiuto della memoria. Musil stesso nel suo “L’uomo senza qualità” richiude i mille microcosmi della sua opera l’uno nell’altro e li fa interagire in una danza raffinata e preziosa come tanti frammenti-relitti dell’unità perduta, resti del naufragio del positivista “tutto dominabile e conoscibile” che ha lasciato sulla sponda del tempo solo relitti.

A fronte del dilagare di interventi di archeologia “selvaggia” che saccheggiano, distruggono e distorcono più che conservare e custodire nel modo opportuno, la cultura e la sensibilità di oggi hanno molto da imparare dal mondo delle “rovine”, magari contemplando i quadri di Monsù Desiderio, Hubert Robert o Caspar David Friedrich, grandi pittori di rovine. Nei loro paesaggi che accostano liberamente i relitti dei più diversi luoghi e delle più diverse epoche sembra che il tempo sia un giocatore fanciullo che si diverte a costruire e distruggere senza posa. Eppure qualcosa sempre sfugge al suo gioco e supera ogni barriera, così che una traccia comunque rimanga e su di essa l’uomo possa riorientare sempre il proprio vivere, conoscere ed agire.

Da questo oscillare della rovina tra morte ed eternità, oblio e memoria, l’uomo comprende che tutto ciò che è nel tempo viene prima o poi divorato dal tempo, come Crono divorava i propri figli. Nell’epoca dei desideri, dell’eterno presente, del tutto e subito, accettare questo naufragio delle ere e dei mondi può aiutare a riconoscere nei ruderi romantici e silenziosamente ammonitori della storia che fu, la traccia della nostra labilità e del nostro vero destino. Quanto assomiglia infatti la nostra sorte a un quadro di Hubert Robert con i suoi paesaggi di rovine che evocano una sorta di apocalisse del mondo, desertificato e spopolato da una catastrofe cosmica che ha lasciato solo ruderi! E le rovine del tempio di Gerusalemme pianto amaramente dagli esuli a Babilonia, che versando lacrime senza fine immaginavano la santa Casa di Dio ormai rasa al suolo e ridotta a covo di animali notturni? Non sembra il popolo di Israele che si strazia al pensiero delle rovine del Tempio, santa dimora del Signore di tutte le cose, la metafora di ogni uomo privato della sua vera patria e del suo essere più intimo e profondo?

Se la tensione verso l’alto, di cui parlava Simmel riferendosi alla costruzione di un edificio, non abbandona la nostra anima, anche quando tutto al mondo sembra decadere, facendo trionfare la spinta verso il basso della materia, qualcosa in noi di puramente spirituale continua comunque ad andare verso l’alto e a non patire distruzione. E alla fine, contemplando erme mutile, statue senza più braccia, arcate pericolanti ed effigi di re e imperatori rotolate tra pietre e terra tra qualche sparso rovo, lo scorcio ha persino qualcosa della commedia e ci fa dire con ritrovata leggerezza: “Tanto rumore per nulla!”.

 



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