Aiutare a (far) morire

No, non siamo diventati matti, anche se visto quello che sta accadendo in giro di questi tempi la voglia ogni tanto viene. Il titolo scelto per la rubrica di questa settimana è infatti la traduzione letterale del titolo di un disegno di legge presentato al Bundestag di Berlino in tema di suicidio assistito, o eutanasia, […]

No, non siamo diventati matti, anche se visto quello che sta accadendo in giro di questi tempi la voglia ogni tanto viene. Il titolo scelto per la rubrica di questa settimana è infatti la traduzione letterale del titolo di un disegno di legge presentato al Bundestag di Berlino in tema di suicidio assistito, o eutanasia, che dir si voglia: lo “sterbehilfe” come recita la lingua teutonica. Per chi non l’avesse capito, si tratta di un neologismo creato appositamente per quella neolingua della Babele che è l’Europa contemporanea. In tedesco, infatti, il termine corretto per descrivere ciò a cui si fa riferimento c’è già ed è “euthanasie”: fu molto in voga all’inizio degli anni Quaranta quando il Terzo Reich mise in atto il piano di sterminio di massa relativo ai disabili e agli handicappati, l’“Aktion T4”. Poi, però, ci fu il processo di Norimberga, la questione dell’elaborazione della colpa collettiva (Schuldfrage), l’equiparazione del regime hitleriano al male assoluto e quindi anche quel termine che rimandava a un episodio ben preciso della storia efferata di quel regime venne rimosso per sempre dal vocabolario pubblico: nell’immaginario popolare, dopotutto, l’identità immediata tra l’eutanasia e il nazismo è ancora oggi molto chiara e presente. Che fare, allora? Ecco la trovata dei cultori della morte del XXI secolo: se non si può cambiare il senso all’atto omicidario, almeno, così devono avere pensato i proponenti del testo legislativo, si può cambiare il nome alle cose. Hai visto mai che la gente ci cade con tutte le scarpe? Ed ecco quindi, a poco più di sessant’anni da quei fatti, la Germania confrontarsi nuovamente con la possibilità riconosciuta pubblicamente e anzi il dovere e persino la necessità di infliggere la morte scegliendo in tutta libertà a chi sì e a chi no. Certo, naturalmente per rasserenare gli animi si inizia col dire che la cosa riguarda solo ed esclusivamente i casi estremi, davvero estremi, una selezione accurata e sperimentata: che i pazienti siano adulti, in grado di decidere della loro vita e siano affetti da malattie terminali che causino dolori insopportabili anche sotto cure palliative, non per tutti, ovvio. Patologie mentali e depressione sono categoricamente escluse dicono i proponenti. Cioè, almeno all’inizio, aggiungiamo noi. Perchè poi la realtà anche molto recente, di quanto accaduto in Belgio o Olanda, ad esempio, dimostra invece proprio il contrario: il caso pietoso è sempre il grimaldello per arrivare al piano inclinato, ammettendo con relativa facilità in poco tempo quello che in prima battuta si era tassativamente escluso. D’altra parte, anche da quelle parti i giudici non dormono mai: è stata in effetti la locale Corte federale ad autorizzare con la solita sentenza ad hoc a dare la morte ai familiari dei pazienti che si trovano in uno stato di coma, anche in assenza di disposizioni da parte loro. Se non fosse tragico, e semplicemente abominevole, sarebbe surreale.

Qualche settimana fa su queste stesse colonne parlavamo della crisi demografica senza precedenti che affligge il Paese, ora di eutanasia: il quadro morale e spirituale della Nazione appare obiettivamente ‘devastato’ da qualsiasi parte lo si osservi. Anche qualche osservatore terzo ora comincia ad accorgersene ma siccome non accade tutto in un giorno qualcuno dovrà pure farsi la domanda sul quando e sul perchè è accaduto tutto questo e iniziare magari a fare autocritica su qualche totem ancora in piedi della cosiddetta modernità, giusto per onestà intellettuale. Nel 2005 il cardinale Ratzinger in un celebre discorso ebbe a dire che “l’Europa non ama[va] più se stessa” e vedeva della propria storia solamente le cose peggiori o da dimenticare: mutatis mutandis il discorso si può applicare benissimo alla Germania di queste settimane alle prese con dibattiti assurdi su dove, come e quando morire bene e morire male anticipando il corso naturale delle cose e dunque sostituendosi infine a Dio. Ma il livello di secolarizzazione ormai è tale che anche la rimozione pubblica del primo (il primo, non l’ultimo) Comandamento divino non fa più notizia: la borsa, l’euro e persino il calciomercato sono reputati più importanti. Certo, nessuna tendenza nella storia umana è mai completamente irreversibile e il destino di un popolo dipende comunque da più variabili composite. Però un vecchio detto dice pure “aiutati che Dio ti aiuta” e certo non si parlava di autare le persone a farsi fuori. E’ la solita vecchia storia: si inizia col fare fuori Dio dall’ordine della società e si finisce con il fare fuori l’uomo, cominciando dal più debole, che non può opporsi. Che questo accada nel Paese che appena qualche decennio fa vide la messa in pratica della terrificante ‘soluzione finale’ può stupire fino a un certo punto: è l’ennesima dimostrazione, semmai, che la formazione delle coscienze è un’opera faticosa, di lungo corso, che non ha mai fine e non sopporta cesure generazionali, proprio come la trasmissione della fede, che non è mai acquisita una volta per tutte ma va ri-conquistata quotidianamente giorno per giorno: è la battaglia ordinaria del cristiano, e lo dice anche la Scrittura, dopotutto: “militia est vita hominis super terram” (“la vita dell’uomo sulla terra è una battaglia” cfr. Gb 7,1). Vale per la vita spirituale, per quella politica, e anche per quella sociale.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *