Addio a padre Romano Scalfi

E’ tornato alla casa del Padre proprio a Natale, anche se malato lo era da tempo, dopo 93 anni di buona battaglia, come si suol dire in questi casi. Ed è in occasioni del genere che si tocca con mano quanto le parole, anche le più brillanti e intelligenti, che si possono dire per ricordare […]

E’ tornato alla casa del Padre proprio a Natale, anche se malato lo era da tempo, dopo 93 anni di buona battaglia, come si suol dire in questi casi. Ed è in occasioni del genere che si tocca con mano quanto le parole, anche le più brillanti e intelligenti, che si possono dire per ricordare una persona come padre Romano Scalfi semplicemente non bastano. E non bastano perché oggi, in tempi di globalizzazione rapidissima di linguaggi e pensieri, immaginarci una vita come la sua è straordinariamente difficile. Padre Scalfi è stato infatti per interi decenni il fotografo occidentale itinerante del polmone cristiano dell’Europa dell’Est, per dirla con Giovanni Paolo II. Lo è stato a partire da dopo la Seconda Guerra Mondiale quando il mondo era letteralmente un’altra cosa rispetto a quello di oggi e nessuno sapeva bene che cosa accadeva dall’altra parte della Cortina. Era il tempo in cui decine di di milioni di persone vivevano in piena clandestinità la propria fede, all’ombra delle grandi dittature, senza che nessuno se ne interessasse, al punto che venne fuori – per descriverle – quell’espressione velatamente ossimorica che sarebbe poi passata alla storia: la ‘Chiesa del silenzio’. Eppure dal profondo dell’abisso i credenti continuarono comunque a parlare e a raccontare l’esperienza liberante del Cristianesimo tout-court: nacque così il samizdat, quella rete sociale anch’essa clandestina che, come nelle pagine di Kafka, viveva la vera vita di notte invece che di giorno, mentre traduceva, trascriveva, ricopiava, per i posteri e per i lontani, le testimonianze di chi si era fatto profeta e portavoce della resistenza sommersa. Solo che qui non era un romanzo, era la vita vera. Fu così, letteralmente così, che in Occidente arrivarono Soloviev e Salamov, Grossman e Solzenicyn, gente di cui nessuno – o quasi – allora sapeva niente. Oggi possiamo dire che senza padre Scalfi tutto questo non sarebbe arrivato, o almeno non sarebbe arrivato allora, in quel preciso momento, in quel modo, con quella mediazione culturale e spirituale che gli diede poi il marchio di fabbrica. Fu un lavoro appassionato ed entusiasmante ma faticoso come pochi altri e durissimo perché voleva dire entrare in un mondo oscuro e criptico, a cominciare dalla grammatica e dal vocabolario: seriamente, chi mai negli anni Cinquanta o Sessanta sapeva leggere o scrivere  il cirilico? Quando poi, più tardi, venne proprio un Papa dall’Est, Scalfi vide confermata – dal Cielo, se così si può dire – la sua intuizione giovanile: che cioè l’Europa nonostante le ripetute divisioni nazionali e politiche avesse una comune anima e che quest’anima fosse lo spirito cristiano di cui l’Est era imbevuto, nonostante tutto il materialismo politico al regime, da secoli e secoli. Dopotutto, lo stesso alfabeto cirillico non era forse il ‘lascito profano’ dell’evangelizzazione slava di Cirillo e Metodio?

Sappiamo quel che accadde dopo: gli Autori che padre Scalfi con il movimento di Russia Cristiana e con la casa editrice Casa di Matriona aveva fatto entrare in Italia divennero anche i riferimenti delle riflessioni più dense del magistero wojtyliano arrivando a una ri-scoperta memorabile nell’ultima parte del pontificato, quando si trattò di qualificare a livello istituzionale il dibattito sulle radici spirituali, morali e culturali del Vecchio Continente. Oggi, dopo Giovanni Paolo II, il disgelo internazionale, e in piena era-Putin, il tema non sorprende più nessuno ed è diventato persino di tendenza a livello giornalistico, in un certo senso. Ai pionieri veri dopo tutto, accade sempre così: la loro fama viene riconosciuta con regolare ritardo rispetto ai meriti acquisiti. Non che a padre Scalfi questo importasse, intendiamoci. Resta vero però il dato di fondo: se si vuole capire e dilogare realmente con quel mondo, comprendere – per esempio – la storia della creazione e della diffusione dell’icona a livello popolare sarebbe indubbiamente molto più utile che seguire gli attuali rialzi del mercato petrolifero. Cioè: nessun dubbio sul fatto che l’oro nero faccia girare i mercati più di una tavola lignea sacralmente decorata. Ma quella tavola lignea continua a esprimere in modo unicissimo un affetto e un’identità radicata in milioni di persone che persino vi cantano e vi piangono sopra. Viceversa, non si è mai visto nessuno buttare una sola lacrima o declamare versi di amore su un barile di petrolio. Fate un po’ voi.



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