Accostarsi all’Eucaristia

E’ veramente sconvolgente la facilità con cui è possibile unirsi intimamente al Signore Gesù, nostro Redentore. Non ci viene chiesto nulla di eroico, nulla di estremamente difficile. Proprio per questo, S. Paolo ci scuote dall’abitudinarietà in cui rischiamo di cadere: “ciascuno esamini se stesso” (1 Cor. 11, 28), perché non accada di accostarsi a questo […]

E’ veramente sconvolgente la facilità con cui è possibile unirsi intimamente al Signore Gesù, nostro Redentore. Non ci viene chiesto nulla di eroico, nulla di estremamente difficile. Proprio per questo, S. Paolo ci scuote dall’abitudinarietà in cui rischiamo di cadere: “ciascuno esamini se stesso” (1 Cor. 11, 28), perché non accada di accostarsi a questo sacramento, senza riconoscere Chi stiamo ricevendo! La Chiesa maternamente, mentre ci esorta a ricevere frequentemente il Pane di vita, dall’altra ci scuote, perché non accada di accostarsi ad esso indegnamente! Infatti l’Eucaristia rimane in se stessa Cibo che fortifica, Medicina che guarisce, Pegno di gloria, ma per chi la riceve ben diverso è l’esito, come ricorda l’inno Lauda Sion: Mors est malis, vita bonis: vide paris sumptiónis quam sit dispar éxitus! (parte n°10 dello studio pubblicato su Nova et vetera dell’agosto 2014)

Conseguenze del ricevere la Santa Comunione mentre si è in peccato mortale

L’Eucaristia è sacra, e quindi richiede santità. Noi veneriamo ed adoriamo questo sacramento perché in esso è realmente presente Cristo stesso. S. Paolo ha ammonito coloro che lo ricevono indegnamente: “Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11, 29). La Chiesa ha sempre relazionato questo concetto a chi è in peccato mortale. Come dichiarato dal Concilio di Trento: “quelli che sanno di essere in peccato mortale, per quanto si credano contriti, devono accostarsi prima al sacramento della penitenza, se vi è un confessore. Se poi qualcuno crederà di poter insegnare, predicare o affermare pertinacemente il contrario, o anche di difenderlo in pubbliche discussioni, sia perciò stesso scomunicato” (1).

La ragione del “preoccupante” monito (come lo definisce Trento) è semplice: il segno e il significato della Comunione è l’essere uniti a Cristo. Chi manca della fede animata dalla carità soprannaturale non è, e non può essere, unito a Cristo. Per definizione, una persona in peccato mortale manca di tale carità. Se essa dovesse ricevere l’Eucaristia, il suo atto si porrebbe in contraddizione con ciò che il sacramento stesso significa. Questo è, propriamente parlando, un sacrilegio (2)

Il rimedio sacramentale appropriato per chi si trova in peccato mortale è la confessione, in cui il peccatore esprime il proprio pentimento ed il fermo proposito di non peccare più. In Ecclesia de Eucharistia, S. Giovanni Paolo II parla a lungo a questo proposito. “La celebrazione dell’Eucaristia […] non può essere il punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e portarla a perfezione”(3) . Cita poi S. Giovanni Crisostomo: “Anch’io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione […], ma condanna, tormento e aumento di castighi” (4). Giovanni Paolo II conclude dunque solennemente: “Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, ‘si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale’(5) .

E’ davvero difficile immaginare come questo insegnamento potrebbe essere modificato senza minare la dottrina sull’Eucaristia. Anzi, come dichiarato dalla Commissione Teologica Internazionale (a proposito dell’ammissione dei divorziati risposati alla Comunione), “se essa [la Chiesa] potesse comunicare il sacramento dell’unità a quelli e a quelle che, su un punto essenziale del mistero di Cristo, hanno rotto con lui, essa non sarebbe più segno e testimone del Cristo, ma suo contro-segno e suo contro-testimone”(6) .

di Luisella Scrosati

Fonte: http://sinodo2015.lanuovabq.it

 

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1 Concilio di Trento, Canone 11 sull’Eucaristia (1555), DH 1661

2 Vedi CCC n.2120, che lo identifica come un peccato contro il primo comandamento, ved. anche ST III, q.80, a.5

3 Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucaristia (2003), n.35

4 Ibid. n.36

5 Ibid.

6 Commissione Teologica Internazionale, “Le sedici tesi cristologiche” di Gustave Martelet, S.I., approvate in forma “generica



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