A Trieste casi di diseducazione sessuale di Stato

Mentre il Comitato Articolo 26 interviene sul caso del Pasolini di Casarsa, al Petrarca e al Galilei di Trieste vengono attuali due progetti diseducativi e, tra l’altro, a rischio di disinformazione sanitaria. Siamo alle solite: i genitori lo sanno? Hanno dato il consenso?

A Trieste pessima educazione sessuale ed omosessualismo procedono speditamente. Al liceo Petrarca del capoluogo giuliano è stato avviato il progetto “A scuola per conoscerci”, affidato ad Arcigay e Arcilesbica. A quanto si capisce si tratta di una educazione degli adolescenti all’omosessualismo. Nella circolare a disposizione sul sito della Scuola non si fa menzione del consenso informato dei genitori. Quindi si può pensare che la frequenza sia obbligatoria. Però vi hanno aderito (solo) diciannove classi. Il che porta a concludere che non fosse proprio curricolare. Nasce la domanda su chi abbia dato questa autorizzazione e se i genitori abbiano avuto una adeguata informazione. Se il consenso è stato espresso solo dai rappresentanti dei genitori nei consigli di classe c’è ugualmente da allarmarsi. Nessuno può sostituirsi ai singoli genitori nel decidere di promuovere i militanti Arcigay e Arcilesbica ad educatori dei loro figli. In questi casi il consiglio è “tenete i figli a casa”.
Nei giorni scorsi, in Regione, si era aperto il caso del Pasolini di Casarsa (Pordenone), dove il progetto extracurricolare “A scuola per conoscerci” è stato attuato senza informare le famiglie e senza avere dai genitori l’ormai famoso consenso informato. Alle proteste, la dirigenza scolastica ha spiegato che l’Ufficio Scolastico Regionale ha stabilito che quando i cosiddetti corsi extracurricolari vengono svolti al mattino, ossia in orario curricolare, non sono più extracurricolari e, quindi, non serve più il consenso informato. Sembra evidente che la cosa contrasta con quanto assicurato dal Ministro Giannini nel giugno 2015. Allora si era in piena discussione se la legge sulla “buona scuola”, specialmente nell’articolo 16, aprisse o no all’insegnamento dell’ideologia gender nelle scuole. Il Ministro aveva rassicurato tutti, inviando una circolare in cui si diceva che i progetti extracurricolari dovevano avere il consenso dei genitori. Le rappresentanti del Comitato Articolo 26 di Trieste e Treviso, in una intervista al settimanale diocesano di Trieste “Vita Nuova”, avevano denunciato questa interpretazione dell’Ufficio Scolastico Regionale e la sua incongruetà rispetto alle disposizioni del Ministro Giannini. E’ evidente che con questo stratagemma rischia di passare di tutto.
Ma torniamo a Trieste. Al Liceo Galilei è di ritorno il Progetto Afrodite, già avviato nell’anno scolastico 2011-2012. Si tratta della versione regionale del progetto ministeriale “Guadagnare salute in adolescenza”. L’obiettivo dichiarato è quello di sensibilizzare gli adolescenti sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. «La metodologia adottata» – così si legge in una circolare dell’epoca – è «l’educazione tra pari (Peer Education)… realizzata da studenti volontari delle classi seconde e terze appositamente formati e supportati da esperti e docenti qualificati». Una formazione che «avrà momenti tecnico-pratici con ausili visivi e presidi medici inerenti al tema specifico».
Anche in questo caso: i genitori ne sono stati informati? E’ stato chiesto il loro consenso? E’ stato spiegato loro che l’educazione sessuale dei loro figli adolescenti verrà affidata a dei coetanei volontari, rozzamente addestrati da non meglio identificati esperti? Tanto esperti da assicurare – così si legge da un volantino diffuso nel 2012 -, che il preservativo protegge dall’AIDS! Ciò che indigna è soprattutto la tecnica impiegata. Si tratta del metodo peer to peer, mutuato dagli esperti di marketing, i quali hanno scoperto come per convincere i giovani ad acquistare qualcosa il sistema migliore è farglielo offrire dai coetanei. Ciò fa scattare l’effetto emulazione, che rende la tentazione irresistibile. E’ così che si impara a fumare, a far tardi la notte, a “fare sesso” promiscuo, a prendere la droga.
Nella circolare 145 del 9 gennaio 2016 del Liceo Galilei di Trieste, si legge che agli incontri di formazione per peer junior parteciperanno oltre quaranta studenti. Secondo “Il Piccolo” del 17 giugno 2012, nel Deledda e Fabiani quattordici studenti avevano coinvolto duecentotrentadue compagni.
In queste lezioni gli insegnanti vengono estromessi dall’aula, i ragazzi sono in balia dei loro coetanei e di un non meglio precisato “personale esterno“. Non ci si chiede cosa possa comportare insegnare il “sesso sicuro“ a degli adolescenti che forse hanno dell’amore una visione un po‘ più elevata. Da quando l’educazione sessuale è diventata obbligatoria nelle nostre scuole?
A proposito del Progetto Afrodite, poi, si aggiungono anche le considerazioni di corretta informazione sanitaria. Il Rapporto Epidemiologico Annuale 2013 del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie dimostra un aumento vertiginoso delle malattie sessualmente trasmesse nei Paesi dove viene praticata a tappeto l’educazione sessuale fondata sul preservativo. Al contrario, la situazione è sotto controllo proprio nei Paesi dove non esistono disposizioni di legge in tal senso. Stando così le cose, non ci sarà dietro un qualche interesse dei produttori di preservativi?
Un’ultima chicca. Nell’Istituto cittadino dove ha avuto inizio questa bella esperienza si è ritenuto di non citare più espressamente il Progetto Afrodite. Nel POF disponibile in rete si parla più sommessamente di “Scuole che promuovono la salute”. Ma la minestra è la stessa, tant’è che al Galilei rimane in auge la vecchia etichetta.



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