A proposito di simboli

La fretta impostaci dal carattere spesso troppo veloce delle nostre attività quotidiane raramente ci consente di meditare a lungo e in profondità sulle cose. Sembra addirittura banale rilevarlo, come suonano banali le molteplici invocazioni alla calma e alla pensosità che si levano un po’ ovunque, dai letterati agli intellettuali, dai filosofi ai semplici opinionisti tanto […]

La fretta impostaci dal carattere spesso troppo veloce delle nostre attività quotidiane raramente ci consente di meditare a lungo e in profondità sulle cose. Sembra addirittura banale rilevarlo, come suonano banali le molteplici invocazioni alla calma e alla pensosità che si levano un po’ ovunque, dai letterati agli intellettuali, dai filosofi ai semplici opinionisti tanto di moda. Ad esempio: l’altra settimana mi sono intrattenuta su una mostra pittorica di Giuliana Susterini e sulle sue rose. Da qui ho ampliato il discorso al simbolo incarnato da questo incantevole fiore e ai suoi possibili significati. Finito qui? Non proprio. In questo spazio infatti mi piace indulgere un po’ di più sulle cose, concedermi quella calma e quella pensosità che non lasciano evaporare troppo presto gli spunti di riflessione e le sollecitazioni intellettuali o emotive.

Da cosa nasce cosa. Gli incontri e le esperienze, nell’atto di tradursi dal piano esistenziale a quello culturale che le decanta e le svela, innescano un processo interiore innervato su analogie, rimandi, assonanze e similitudini a non finire. Per fissarle e guardarle bene ci vuole un po’ di tempo e di calma, perché solo così si può fare vera e buona cultura. Una cultura che è vita, stimolo, conoscenza, umanesimo fedele ai molteplici piani dell’esistere e dell’essere di ogni persona ragionevolmente orientata.

Le rose dipinte dalla Susterini, che brillano in diverse fogge tra gli stucchi, le dorature e gli specchi del San Marco,  hanno acceso nella mia mente tutte una serie di connessioni nuove e di spunti: il valore simbolico della rosa, la rimembranza di uno stupendo saggio letterario di Lewis, “’L’allegoria d’amore. Saggi sulla tradizione medioevale”. Quindi il desiderio di leggere il libro fino in fondo. La corsa in biblioteca, per procurarmi il testo — introvabile altrimenti —, la lettura e, con la lettura, via con altre associazioni, richiami e suggestioni. Io mi muovo così: mi abbandono al flusso dei segni, vado incontro ai mille “incontri” quotidiani con la mente e il cuore aperti, malleabili come cera. Non faccio nessun sforzo, ma semplicemente lascio che queste sollecitazioni si imprimano in me come fascinosi segni su una tavoletta di cera o un foglio bianco. Sono lì, in attesa che io li ascolti e li interpreti. La mia mente, come un telaio, lavora instancabilmente e le impressioni esterne o le intuizioni che vengono dal profondo sono i fili variopinti che questo “telaio” intesse in arazzi sempre diversi. Il disegno che ne esce è ogni volta una rivelazione, un testo magico che mi racconta una storia nuova e mi apre i portali di un castello incantato a me ancora ignoto.

Come in una costruzione tromp d’oeil, gli scenari si incastonano gli uni negli altri a perdita d’occhio, in una fuga fantastica. Se si apre un cassetto si scopre che ne contiene altri cento e ognuno di questi a sua volta ne contiene altrettanti se non di più. Si scende, si sale, come su una gradinata senza inizio e senza fine, passando di mondo in mondo, come in un sogno.

Già nelle prime pagine del saggio di Lewis ho scoperte altre pagine non scritte, altri libri invisibili ma presenti, ancora da leggere, sia pure con gli occhi dell’intelletto. Nel capitolo in cui l’autore parla dell’allegoria, mi sono soffermata a lungo a pensare alla differenza, non sempre evidente, tra allegoria, mito e simbolo. Una riflessione oziosa? Nient’affatto, se pensiamo che la predominanza dell’una o dell’altra di queste “figure” nel corso della storia culturale e letteraria ci mostra di un’epoca molto più che un trattato antropologico o un manuale storico.

L’allegoria è incarnazione in forma visibile di una realtà invisibile o astratta: tutti gli stati d’animo attraversati dagli amanti e le contrarietà o le gioie che essi vivono — Amore, Odio, Gelosia, Castità, Prudenza, Gentilezza, tra gli altri — si manifestano con personaggi in carne ed ossa o cose che si toccano e si vedono. La Rosa gode di una singolare posizione, perché può diventare un’allegoria ma anche un simbolo. Come allegoria essa è l’amore cortese. La Gelosia si presenta come una donna tetra e famelica dalla capigliatura serpentina. La Gentilezza è una donzella delicata e leggiadra che sorride con mitezza e pudica misura.

Altra cosa è il mito: le divinità della Grecia e le loro vicende non sono semplici allegorie, ma manifestazioni visibili più complesse di dinamiche umane ed esistenziali più ampie e ricche, oltre che di leggi cosmiche immutabili. Zeus ad esempio non è l’alterigia dell’autorità, ma l’incarnazione della costante sussistenza dei fenomeni e delle loro leggi intangibili. Venere non è la seduzione della donna, ma l’incarnazione di una forza primordiale dai molteplici volti e sfumature.

Il simbolo si spinge ancora più in là. Mentre nell’allegoria e nel mito la forma visibile rinvia a qualcosa d’altro che non si vede, il simbolo pur rinviando ad altro rinvia anche a se stesso. Facciamo un esempio, sempre con la rosa: perché questo fiore è diventato uno dei simboli ricorrenti della mistica e del sacro? Per la sua stessa forma e manifestazione, che è già la forza o la dinamica invisibile di ciò che esprime. La disposizione dei suoi petali in forma di spirale ruotante, il suo dischiudersi in una corolla di spire che avvolgono altre spire sensibilissime ai baci del sole; la circolarità che la caratterizza e che le imprime un misterioso immobile movimento, percepibile solo se si contempla a lungo questo fiore. Questo apparente moto germinante si arresta appena guardiamo fissamente il fiore e ricomincia stranamente a vibrare —sia pure solo per un semplice effetto ottico — quando distogliamo lo sguardo e con la coda dell’occhio ne indoviniamo fugacemente la parvenza.

Non è già, questo darsi materiale della rosa, intuizione dell’essere eterno e del suo movimento segreto e perpetuo, della sua complessità e semplicità, della sua pienezza e del suo infinito gemmare e fiorire di mondi e universi?

Il mito è fiorito nell’antica Grecia, quando l’uomo era nudo davanti al mistero dell’universo e delle forze della natura. Solo il mito poteva incarnare questa percezione molteplice, intensa e fortemente intuitiva delle invisibili leggi che governavano il cosmo. Con la successiva decadenza, dall’aurea classicità al sidereo ellenismo, il mito stesso si svuotò e divenne allegoria: segno di un’umanità stanca, disorientata di fronte a se stessa e di fronte alla realtà, bisognosa di riferimenti diretti e di certezza. Necessità che l’allegoria ben accontentava.

Con la diffusione del cristianesimo e il suo progressivo incardinarsi nella cultura e nell’arte, fiorì possente il simbolo, la più alta esperienza spirituale dell’uomo sul piano dell’arte. Nel momento in cui l’uomo scoprì il vero Creatore dell’universo, il creato gli apparve come una foresta di simboli in cui Dio si era mostrato e rivelato nella sua Gloria e Bellezza. E allora il simbolo divenne la grande figura dell’arte e della cultura medioevali.

Oggi non è più tempo né di allegorie, né di miti né tanto meno di simboli. Se esiste il mito, in realtà è un anti-mito: si tratta per lo più di uomini in carne ed ossa, di solito stelle dello spettacolo, fragili e insignificanti, tanto più mitici per la gente quanto più sono tristemente umani.

L’allegoria è oggi improponibile, essendo una figura retorica spesso astratta e declamatoria del tutto inadatta alla sensibilità dell’uomo contemporaneo. Paradossalmente quest’epoca, indifferente o addirittura del tutto ignara del simbolo e dei suoi significati, forse potrebbe ritrovare nel simbolo una forza antica e rinnovatrice. È stato il disincanto del mondo moderno ad appannare la luce preziosa del simbolo, e ancora di più la frattura tra Dio e il Creato, che ha reso autonoma e figlia del caso la natura.

Se non si guarda al creato in rapporto al Creatore, che cosa rimane? Un vuoto ripetersi, di evo in evo, di fenomeni fisici senza senso e fine. Molti dossier medici dichiarano che la depressione e l’angoscia sono i mali del secolo. Non potrebbe essere altrimenti. Se sradico un albero, senza la terra e l’acqua che lo nutrono, piano esso dissecca e diventa polvere. Questo è un simbolo. È sotto i nostri occhi, i nostri sensi. Siamo circondati dai simboli. Peccato che pochi di noi comprendano ancora il loro linguaggio. Come tesori chiusi in uno scrigno, i simboli non si possono più “aprire” perché si è gettata la chiave in fondo il mare. Ma essi vivono ancora, nel mistero magnifico di Dio, il Creatore che non cessa dalla sua eternità di fare per noi, in ogni istante, cose grandi e meravigliose.



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