A proposito di poesia

Nella Babele linguistica contemporanea il linguaggio è andato poco a poco corrompendosi e disgregandosi. Non solo il linguaggio della comunicazione quotidiana, spesso ridotta a sfogo di umori e lamentele contrappuntato di volgarità in caduta libera, ma anche quello letterario e poetico. Impoverendosi il pensiero e la riflessione, infatti, anche gli strumenti espressivi si sono ridotti […]

Nella Babele linguistica contemporanea il linguaggio è andato poco a poco corrompendosi e disgregandosi. Non solo il linguaggio della comunicazione quotidiana, spesso ridotta a sfogo di umori e lamentele contrappuntato di volgarità in caduta libera, ma anche quello letterario e poetico. Impoverendosi il pensiero e la riflessione, infatti, anche gli strumenti espressivi si sono ridotti a esangui calchi di un canovaccio stentato e misero. Gli epistolari di una volta consentivano tempi di meditazione e di stesura lenti e sorvegliati, in cui ogni parola aveva un peso e una logica delicatissimi, da soppesare e rimodulare secondo un codice “diplomatico” di gran raffinatezza. Non si poteva scrivere tutto ciò che passava per la mente, come non era concesso indulgere senza controllo in sfoghi sentimentali e confidenze personali nelle conversazioni più private. Esistevano molti filtri che, se da una parte costringevano entro argini troppo stretti il bisogno umano di condividere con altri il proprio vissuto più intimo, dall’altra evitavano tante inutili chiacchiere, malintesi e malignità.
Sul versante letterario, questa compattezza e distensione del pensiero si traduceva in pagine di prosa o di poesia elaborate e complesse che coinvolgevano il lettore in un gioco dialettico sofisticato ed esigente. Oggi un messaggio di poche parole, e tutte tristemente storpiate e abbreviate, basta a qualsiasi comunicazione, dalle più semplici alle più serie e coinvolgenti; impoverimento che nella letteratura e nella poesia si traduce in romanzi scritti male, impaginati secondo una paratassi via più spoglia e disadorna, degna forse di una lista della spesa o di un elenco telefonico. La poesia in particolare, a lungo aureolata da iridescenze sacrali, è in gran parte decaduta a codice soggettivo e dissonante di sentimenti ed emozioni oscure perfino a chi li prova e cerca di cantarli.
Quest’anno ricorre il 60° anniversario della morte di Umberto Saba, non solo uno dei massimi poeti triestini e nazionali, ma internazionali, sia per l’ineguagliabile bellezza ed equilibrio formali sia per il dettato lirico intensamente umano, profondo e universale. Un appuntamento rilevante per la poesia è anche quello di domenica 8 ottobre con il Premio poetico Villalta, dedicato quest’anno al poeta Pierluigi Capello, morto il 1° ottobre scorso. La voce di quest’ultimo è stata una delle più alte degli ultimi decenni, sia per elevatezza formale sia per lo spessore dei contenuti. Che cosa ci dicono questi due eventi? O meglio, quali domande o sollecitazioni risvegliano? Il fatto che il nome di Saba sia quello più citato quando si parla di lettere e cultura triestine, la dice lunga sul silenzio sceso nella nostra città sulla letteratura nelle sue varie forme. Nessun grande è germogliato dalla rigogliosa pianta i cui frutti migliori sono stati Saba e Giotti (anche lui recentemente ricordato in città con una serie di iniziative per i 60 anni dalla morte) — tralasciando Svevo che appartiene alla prosa. Per restare nelle nostre terre, brillano ancora gli astri di Biagio Marin e di David Maria Turoldo, nomi intramontabili nel firmamento della poesia universale. Del resto, anche sul piano nazionale e internazionale, a parte pochi epigoni degni del nome di poeti, la lirica ha espresso il meglio delle sue potenzialità nella prima metà del Novecento, con i simbolisti decadenti come D’Annunzio, Pascoli, Gozzano e poi gli ermetici Ungaretti, Montale e Quasimodo. Un respiro di universalità e una ricerca appassionata delle risorse più significative del linguaggio si effondono dalle opere di questi poeti.
Anche i Premi sono questione di nicchia e l’appellativo di poeta ha perso poco a poco la sua originaria importanza e considerazione. Mancano mecenati e appassionati lettori. Oggi imperano i dettami delle grandi case editrici che preparano a tavolino il best seller da lanciare, con una pubblicità che gonfia a dismisura il valore delle opere proposte e lanciate sul mercato secondo modalità simili a quelle di ogni altra merce. Se si studia un po’ di storia della letteratura si scopre che fino alla prima metà del Novecento le proposte ex novo erano ancora apprezzate e lette, scelte per il loro valore: gli editori erano interessati anche alla qualità dell’opera e si impegnavano ad investire su questa qualità, secondo criteri non solo economici. I lettori poi, specie quelli che prediligono i romanzi, si sono in gran parte assuefatti alla prosa spoglia e telegrafica delle opere di maggior successo che gli editori sanno astutamente proporre come il caso letterario dell’anno. La narrazione è povera, aridamente descrittiva, qualche esangue notazione psicologica o sentimentale, nessuna profondità di scavo o proposta di senso. Sembra che il linguaggio si stia uniformando: mentre una volta esistevano i generi letterari, connotati secondo categorie estetiche ben differenziate che andavano dallo stile aulico al medio fino a quello più umile, adesso si può parlare genericamente di una comunicazione unica che sta dilagando in ogni forma linguistica. Il linguaggio alto della letteratura assomiglia sempre più a quello dei social e degli sms o del parlato comune, in un’osmosi continua che sta impoverendo l’uno e l’altro. Come dicevamo all’inizio se si impoverisce il pensiero si impoverisce anche il linguaggio e viceversa. Della magnifica cattedrale di un tempo sembra rimasto ben poco, come se una volontà devastatrice e insensata l’avesse distrutta, lasciandone qualche rovina qua e là. Guardare al passato con sensibilità moderna può forse aiutarci a uscire da questa inedia spirituale e verbale e a ritrovare la parola perduta, creatrice e fondante. Quante cose abbiamo imparato leggendo i grandi classici? Quanti peripli spirituali abbiamo compiuto navigando nelle più alte pagine della grande letteratura mondiale? Se il linguaggio poco a poco muore e si svuota, anche la vita e la sua qualità perdono linfa e sangue. L’universo è nato da una Parola, e noi possiamo essere la sua cassa di risonanza imparando di nuovo a scoprire e a celebrare ogni giorno l’eterna novità delle cose e il loro vero nome.



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