A 90 anni dalla morte di Italo Svevo

Nessuno — conoscendo quell’impiegato in una ditta di vernici per obbligo di famiglia più che per vocazione, coniugato con prole ma poco adatto al ruolo autorevole di pater familias, dilettante della letteratura e della cultura, frequentatore di Caffè e di osterie, eternamente indeciso e ironico osservatore di una realtà vissuta più come un peso e […]

Nessuno — conoscendo quell’impiegato in una ditta di vernici per obbligo di famiglia più che per vocazione, coniugato con prole ma poco adatto al ruolo autorevole di pater familias, dilettante della letteratura e della cultura, frequentatore di Caffè e di osterie, eternamente indeciso e ironico osservatore di una realtà vissuta più come un peso e un ingombrante enigma che come una effervescente possibilità di pienezza vitale — nessuno, guardando a quest’uomo dall’espressione scettica ma bonaria e dal volto perennemente velato dal fumo di una sigaretta, avrebbe mai immaginato che il suo nome sarebbe stato scritto a caratteri cubitali nella storia della letteratura europea e che la sua opera sarebbe stata giudicata come l’inizio di una nuova era per la scrittura e il romanzo. Stiamo parlando di Italo Svevo, all’anagrafe Ettore Schmitz, nato a Trieste il 19 dicembre 1861 e morto a Motta di Livenza il 13 settembre 1928 per le ferite riportate in seguito a un incidente stradale. Sono trascorsi 90 anni dal giorno della sua morte: un anniversario da ricordare, non vi è dubbio, e non solo per un campanilistico desiderio di celebrare un nostro illustre concittadino e di tenere alta la fiaccola di un’epoca d’oro della nostra città, ma soprattutto per rintracciare nell’opera sveviana tutti quegli spunti che in qualche modo possono essere letti come preludio ad una visione nuova della realtà, se non altro problematica, inquieta e multiforme.
La sua formazione umana e letteraria, come si evince dalla scelta dello pseudonimo di Italo Svevo, realizza una singolare commistione di elementi ripresi dalla cultura italiana e dalla cultura tedesca. Durante la sua permanenza giovanile in Germania studia il tedesco e si impratichisce con il mondo del commercio — il padre, ebreo, è un commerciante tedesco, mentre la madre è italiana. Nel 1878 ritorna a Trieste e prosegue gli studi nell’istituto commerciale “Pasquale Revoltella”. Intanto inizia a coltivare la sua passione per la letteratura e la filosofia: legge i classici tedeschi e italiani; conosce e studia il positivismo, il naturalismo, il marxismo e l’opera di Charles Darwin; è affascinato dal pensiero di Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche. Inizia a scrivere sui giornali della sua città articoli, recensioni e racconti brevi, fino a cimentarsi nel suo primo romanzo, “Una vita”, che uscirà nel 1892 passando del tutto inosservato. In quest’opera prima Svevo affronta in una forma ancora incerta alcune delle tematiche che ritorneranno con superiore chiarezza nelle opere successive: la visione della vita come lotta per la sopravvivenza in cui vince e prevale sempre il più forte; la figura dell’inetto a vivere che viene irrimediabilmente travolto da una realtà greve, schiacciante e in perenne conflitto con l’interiorità umana pensante e speculativa. Il clima è ancora quello di un naturalismo tragico tramato di echi pessimistici ripresi da Darwin e Nietzsche. Nel 1898 pubblica “Senilità”, un romanzo in cui una passione amorosa infelice si erge a pretesto narrativo per un’auscultazione interiore e psicologica del protagonista, Emilio Brentani, alter ego dell’Alfonso Nittis di “Una vita”. Anche questo personaggio è ritratto con le tinte grigie e tristi dell’anti-eroe caro a Svevo. Gravato nel fiore degli anni dal fardello di una “senilità” dello spirito che lo rende incapace di sostenere la guerra di volontà che trama tutto l’esistente, anche Brentani, sopraffatto dalla vitalità vincente della bella Angioina e dell’impetuoso temperamento dell’amico scultore Stefano Balli, finisce per recitare la parte assai poco romantica dell’osservatore impotente di una fatalità meccanicistica che schiaccia chiunque si presenti disarmato sul palcoscenico di un universo dalle logiche crudeli e fortuite.
Dopo il matrimonio con Livia Veneziani nel 1896 e l’ingresso nel 1899, come impiegato, nella ditta di vernici del suocero, Svevo accantona per il momento la sua attività letteraria. Sarà l’incontro con Joyce, suo insegnante di inglese, e con lo psicoanalista Edoardo Weiss, a imprimere una nuova decisa virata alla sua esistenza: il primo lo incoraggia sin dall’inizio a riprendere a scrivere, il secondo gli consiglia di andare a Vienna per sottoporsi alle cure di Freud onde alleviare i sintomi della nevrosi che lo affligge da tempo. L’incontro con la psicoanalisi è decisiva: la sua visione del mondo, dell’uomo e della letteratura ne vengono fecondati e profondamente trasformati. Dall’incrocio di queste influenze e relazioni scocca la scintilla della sua rinnovata creatività che inizia a dettargli, a partire dal 1919, le pagine del suo terzo e ultimo romanzo “La coscienza di Zeno”: un’opera di assoluta novità, rivoluzionaria sia sul piano dello stile che dei contenuti, conclusa solo nel 1923 e, dopo due anni di indifferenza da parte del mondo dei critici e dei lettori, sfociata in un vero e proprio caso letterario con le recensioni entusiastiche di alcuni critici francesi sollecitati dall’amico Joyce e la valorizzazione di Eugenio Montale che è il primo in Italia a coglierne tutta la portata inedita e la genialità.
La storia raccontata in “La coscienza di Zeno” è molto semplice nella trama che segue le avventure e disavventure umane, sentimentali, famigliari ed esistenziali del protagonista, nuova e più matura figura del tipico enti-eroe sveviano, inadatto a vivere e a ritagliarsi un posto al sole nella società. L’elemento che imprime al romanzo una connotazione del tutto diversa rispetto alle opere precedenti e che determina la sua portata epocale nella storia letteraria, consiste nel punto di vista del narratore e nel particolare oggetto della sua “narrazione”. Il narratore coincide con il personaggio che a sua volta guarda a se stesso come ad un ulteriore personaggio della scena, raccontato non attraverso i fatti da lui vissuti ma attraverso le risonanze interiori e psicologiche che quei fatti hanno dentro di lui. Ogni evento viene riassorbito nell’interiorità e indagato nelle reazioni che suscita nella mente e soprattutto nell’inconscio di Zeno che guarda a se stesso come a un “altro” in gran parte sconosciuto e ingovernabile. Incapace di essere attore della vita, accetta il ruolo di spettatore di se stesso e di eterno malato nella volontà che la congenita inabilità a esistere entro l’angusto perimetro delle convenzioni sociali e delle regole della civiltà obbliga a una posizione marginale e debole. Il suo ruolo non è mai attivo, ma solo passivo: è l’uomo che si guarda vivere, che si scruta mentre non agisce e lascia essere ciò che è, gravato da un’esistenza concepita come malattia e come non possibilità.
Lo stile rispecchia questa attenzione esclusiva ai motivi oscuri, inconsci e inafferrabili dei comportamenti e dei fallimenti del personaggio, seguendo i corridoi infiniti dei labirinti sommersi ove ogni “sì” diventa un “no” e viceversa, secondo la legge del contrario che governa l’inconscio. Umano, più che umano, nella sua spietata sincerità verso le proprie debolezze e inettitudini, mancanze e viltà, Zeno si salva dal naufragio del proprio esistere grazie all’ironia con cui si smaschera e si snida dai suoi puerili rifugi. L’approdo, negli anni, sarà una senile e ridente saggezza che si apre a un pessimismo cosmico stoicamente accettato e sopportato. La salute ritrovata, dopo i fallimenti della psicoanalisi, è la coscienza serena che “la vita è inquinata alle radici”. Ogni cosa, ogni essere, non è che il prodotto di una materia cieca e malata, sospinta da una fatalità ottusa e meccanica, in cui i più forti sanno prendere e cavalcare l’onda delle congiunture casualmente favorevoli e i più deboli a null’altro riescono che a lasciarsi travolgere e trascinare dall’irrazionale movimento delle forze ostili e contrarie della vita. L’unica risposta possibile a questo stato delle cose è la lucida consapevolezza della loro essenza e la ironica accettazione dello scacco esistenziale di cui la malattia e la morte sono l’apice e la manifestazione suprema. Un giorno, medita Zeno alla fine del suo diario, un uomo costruirà un congegno fatale che porterà alla distruzione il nostro universo. Non resterà allora che un cumulo di vapori che vagherà senza fine nel nulla, tragico equilibrio di un vuoto senza più veleni e germi mortali.
Al di là della celebratissima ironia con cui Zeno/Svevo arriva a guardare se stesso e la propria fallita esistenza, questo romanzo offre il destro ad alcune riflessioni al margine. L’universo di cui parla Svevo, l’esistenza vissuta come malattia che lo travaglia in ogni istante, la sua visione distruttiva e nichilista, hanno un messaggio da darci al di là del loro apparente fatalismo senza scampo? Di quale universo e di quale vita parla lo scrittore? A ben guardare il mondo e le molteplici forme della vita, è difficile non rendersi conto di quanto strettamente e intimamente intrecciati siano bene e male, bello e brutto, luce ed ombra, gioia e dolore, salute e malattia. Dal suo punto di vista Zeno ha tutte le ragioni, ma il suo è appunto solo lo scorcio osservato da un angolo ristretto. Il mondo e la vita possono apparire anche così, velati e tetri, tragici e vuoti. Ma se cambiamo angolazione, cambia anche il punto di osservazione che magari si spalanca su un paesaggio di perfetta bellezza, inondato di sole e di pace. Tutto ciò che esiste è un’unità vivente in cui gli opposti si incontrano e dialogano, componendo un quadro sfaccettato e intessuto di infinite gradazioni e sfumature.
Oltre a ciò, il mondo come lo hanno scrutato e rappresentato molti maestri della crisi del ‘900 non è il mondo come creazione di un Creatore, ma una realtà di cui l’uomo, sganciatosi da ogni legame con il trascendente, ha creduto di potersi impossessare come di un regno autonomo posto al suo servizio. Sicuramente questo mondo autonomo, strappato alla signoria di Dio, è il tragico teatro del nulla di cui a ragione Svevo ha lacerato il sipario. Senza la cupola trasparente del cielo, la terra è buia e dirottata, la vita una malattia inquinata alle radici, la morte la sola via di fuga da questa deflagrazione di forze distruttive e fatali. Ma la verità, unità vivente che ha bisogno di un punto di osservazione superiore a se stessa per potersi conquistare e conoscere nella propria totalità e pienezza, abita altrove e soprattutto non è una visione che il mondo, attraverso l’uomo, si ratifica da sé e da sé solo si dona e si auto-rivela. Tutto è dono, ma da un Altrove e da un Altro, che hanno asciugato il veleno inoculato nella creazione dalla disobbedienza umana, spirando un vento nuovo e liberatore su tutta la faccia della terra per liberarla da malattia e morte. Così l’oceano di vapori naufraganti nel nulla, di cui Zeno è disincantato profeta, cede il passo a un universo riconciliato e fiorente in cui il male è solo occasione per un bene più grande.



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