Dove finisce l’Europa?

Le cronache dell’attualità internazionale con l’evoluzione della complicata questione ucraina – ma anche le ricorrenze di questa settimana, in cui commemoriamo i cento anni dal Genocidio Armeno – e da ultimo persino le prossime elezioni per il  rinnovo del Parlamento europeo, fanno riemerge una domanda capitale che, sollevata da molti dotti nei tempi passati, stenta […]

Le cronache dell’attualità internazionale con l’evoluzione della complicata questione ucraina – ma anche le ricorrenze di questa settimana, in cui commemoriamo i cento anni dal Genocidio Armeno – e da ultimo persino le prossime elezioni per il  rinnovo del Parlamento europeo, fanno riemerge una domanda capitale che, sollevata da molti dotti nei tempi passati, stenta ancora a trovare risposta. Anzi, oramai, più che altro, nell’incapacità di trovare una soluzione, si fa di tutto per evitarla. La domanda è questa: dove finisce l’Europa? Per stare solo ai fatti citati, la Russia – culturalmente e spiritualmente, s’intende – è Europa? E l’Armenia? In entrambi i casi, pronunciandosi di getto, verrebbe da rispondere negativamente. Per quanto riguarda la Russia, le ragioni che depongono a sfavore sono note e innumerevoli: anzitutto la geografia, con regioni intere che vanno a comporre la cornice, etnica e territoriale, del continente asiatico a Ovest, poi la storia – recente e remota – con il suo forte antagonismo politico imperiale proprio verso l’Europa occidentale (si pensi al culto di Mosca come ‘Terza Roma’ già a partire dal XV secolo) e persino il tipo di spiritualità ortodossa, orgogliosamente autoreferenziale e non di rado tendente al nazionalismo più aggressivo. Nel caso dell’Armenia, poi, gli aspetti immediati di diversità geopolitica sarebbero ancora più evidenti, senza parlare della lingua e della cultura. E tuttavia non è affatto così facile. Prima di tutto perché, ovviamente, si tratta di popoli cristiani da secoli e anzi che vantano primati indiscussi (il primo regno cristiano della storia, mentre a Roma per inciso si venerava ancora a Giove, fu proprio quello armeno). Poi perché, nel corso dei secoli, ci sono state pure testimonianze eloquenti che non vanno dimenticate, a cominciare dallo stesso sacrificio umano di un milione e mezzo di armeni che giusto un secolo fa si rifiutarono in ogni modo di diventare turchi e islamici pagandone conseguenze raccapriccianti, donne e bambini inclusi. Per quanto posti ai confini del continente, erano insomma pur sempre cristiani e tali volevano restare. Si può far finta che il primo genocidio del ‘900, perpetrato alle porte di casa nostra su famiglie di cristiani inermi, non riguardi l’Europa?

La questione a ben vedere è davvero complicata e difficile da sbrogliare. Se poi pensiamo ad alcune recenti prese di posizione di Putin (e al clamoroso avvicinamento diplomatico alla Santa Sede, obiettivamente ineguagliato da decenni, se non da secoli) le cose si complicano ancora di più. Ma anche senza contare l’ultimo Putin, si possono estromettere forse sbrigativamente dall’identità europea opere che hanno persino elevato il canone umanistico occidentale come Delitto e Castigo o I Fratelli Karamazov di Dostoevskij tanto per dirne una? E in base a quale criterio, di grazia?  Chi mai si assumerebbe questa responsabilità tremenda davanti alla storia?  E le riflessioni di Benedetto XVI su Pavel Florenskij allora? E Solzenicyn? Che ne facciamo? Buttiamo tutto via? Come si vede, per una volta, le chiavi di lettura unilaterali non aiutano ma, anzi, semmai contribuiscono a confondere le idee. Se è certamente vero che grandissima parte della storia etnica dei popoli russo e armeno ha poco a che fare con noi, non è meno vero che diversi episodi della costruzione della loro ricca identità spirituale e culturale hanno invece parecchio a che fare con noi. E anche con la Mitteleuropa in quanto tale. Non a caso gli armeni, in seguito alla diaspora seguita al genocidio, si sono diretti proprio verso quelle terre da sempre simboliche della diaspora dello spirito che sono le regioni più importanti dell’Europa centro-orientale. Detto tutto questo resta però sempre la domanda dell’inizio, ancora senza risposta. Forse, per restare alla realtà, può aiutare una ricerca sui termini. Che dice, ad esempio, che la prima attestazione storica del termine ‘europei’ riporta nientemeno che all’ottavo secolo. Protagonista, manco a dirlo, un monaco. Si chiamava Isidoro ed era lusitano. Fu lui, a coniare per primo, nelle sue Cronache, quel nuovo termine. In che contesto, direte voi? Qui viene il bello perché Isidoro stava raccontando la battaglia di Poitiers, che si era svolta qualche anno prima, esattamente nel 732, e che vide i Franchi di Carlo Martello ricacciare indietro l’esercito arabo-musulmano di Abd al-Rahman ibn Abd Allah al-Ghafiqi. Raccontando la battaglia, Isidoro scrisse che gli uomini che avevano combattuto gli invasori (oltre ai Franchi c’erano anche presenze significative di Alemanni, Sassoni e Visigoti) erano “europei”. Lo sottolineò per due volte nel giro di poche righe. Da allora il termine conobbe un certo successo e fu poi riutilizzato in altre occasioni. Ma il battesimo fu lì. Da parte di un religioso che oggi definiremmo portoghese, che si riferiva a popolazioni guerriere oggi tedesche – prima che francesi – e provenienti dal Danubio, in particolare nella zona tra Dacia, Valacchia e Moldavia. Questo può essere un punto di partenza affidabile, probabilmente. Anche se (e forse proprio qui sta il problema dei problemi) metterebbe in luce che quel termine in realtà si affermò in contrapposizione a qualcos’altro. Per dire cioè che cosa gli europei non erano. Ma oggi già a suggerire una cosa del genere si passa per dei provocatori che vogliono menare le mani perché se c’è una cosa che la cultura dominante del nulla proprio non sopporta è l’affermazione di un’identità forte. Eh, non sia mai qualcuno si ponga delle domande un po’ più serie degli altri. Per carità, restiamo nel gregge.



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