1984, una visione per l’oggi

Lessi per la prima volta “1984” alle scuole medie, in classe seconda, grazie ad una bravissima professoressa (che fu peraltro la prima, pur essendo di sinistra, a parlare con più obiettività e umanità degli italiani che scelsero la RSI) e in un’epoca in cui ancora si ritenevano gli studenti, anche delle scuole medie, capaci di […]

Lessi per la prima volta “1984” alle scuole medie, in classe seconda, grazie ad una bravissima professoressa (che fu peraltro la prima, pur essendo di sinistra, a parlare con più obiettività e umanità degli italiani che scelsero la RSI) e in un’epoca in cui ancora si ritenevano gli studenti, anche delle scuole medie, capaci di fare sforzi di studio e interpretazione superiori alle loro possibilità, e ne rimasi affascinato; per quanto, però, molte parti, e soprattutto la lettura del “libro” della Resistenza al Partito, possono essere agilmente capite solo in seguito, come di fatto è avvenuto. Eppure solo ieri sera, in un cineforum tra amici, ho visto per la prima volta il famoso film “Nineteen Eighty-Four” (in italiano “Orwell 1984”), diretto proprio nel 1984 e interpretato dal bravissimo John Hurt, che ha saputo ricreare perfettamente l’atmosfera del libro, come me la ero esattamente immaginata: grigia e cupa.
Orwell, che ha vissuto due guerre mondiali, la crisi economica degli anni ’20 e quella politica degli anni ’30, immagina un futuro distopico per l’intero mondo dopo la fine del secondo conflitto mondiale, in cui, dopo una distruttiva terza guerra mondiale combattuta con armi nucleari, solo tre superpotenze totalitarie sono in perenne lotta tra loro; il mondo occidentale, l’Oceania, è dominata dall’ideologia del Socing, un socialismo totalitario e pervasivo guidato da una figura tanto misteriosa quanto onnipresente, il Grande Fratello (modellato esteticamente, prima ancora che su Hitler e Stalin, su Orwell stesso).
L’Oceania ha distrutto qualsiasi credenza contraria al Socing, di più, qualsiasi pensiero, cancellando tanto la memoria dei fatti passati quanto soprattutto la lingua (la Archeolingua, sostituita dalla Neolinuga, schematica e semplice), come anche vengono distrutte la famiglia, ridotta a mera incubatrice per figli del Partito cui viene insegnata la delazione, la privacy individuale e la libertà intellettuale, o la solidarietà tra classi e cittadini (il Partito insegna allo stesso tempo che la sua Rivoluzione ha liberato i Prolet, i proletari, che però sono inferiori e devono vivere divisi e isolati).
Si dice che Orwell sia stato profetico nel descrivere il dominio dei media (ogni casa è dotata di un teleschermo che non può venire spento): è vero, ma è insufficiente; Orwell è stato davvero profetico in tutto nel suo libro, come lo furono altri due grandi maestri del genere distopico, Aldous Huxley (che effettivamente fu maestro di Orwell) e Ray Bradbury (con i suoi pompieri invertiti, che anzichè spegnere gli incendi, li appiccano ai libri).
E’ vero, viviamo in un’epoca in cui il martellamento delle notizie è onnipresente e capace di disinnescare il pensiero critico, eppure la nostra è un’epoca che si definisce democratica e libera, anzi, si definisce superbamente la più democratica e libera per eccellenza, mettendo a tacere ogni voce contraria: non con la Stanza 101 o le torture (almeno, non ancora…), ma controllando i mass media, isolando le voci contrarie al grido di “irresponsabili” e “estremisti”, togliendo spazi e cattedre.
Ancora, la verità non è quasi mai quella raccontata dai giornali o dai telegiornali; Orwell aveva parlato di un Ministero della Verità, che sistematicamente altera il presente e il passato per meglio controllare tanto il presente di oggi quanto il futuro di domani: non assistiamo oggi a continue menzogne sulla ormai decennale crisi economica (da quanti anni sentiamo i nostri “Ministeri dell’Abbondanza” che parlano di cifre in crescita gonfiate, quando la realtà è ben altra?), o alla riscrittura dei libri di storia (ad esempio, le “invasioni barbariche” sono diventate le “migrazioni barbariche”, oppure viene data una enorme e inconcepibile enfasi agli aspetti omosessuali, reali o presunti, della storia passata)?
Ancora, il significato delle parole; come chi controlla la storia controlla la politica, così chi controlla la lingua controlla un aspetto fondamentale e unico dell’uomo: il pensiero. La Archeolingua, la lingua inglese tradizionale, viene sostituita dalla Neolingua, più sintetica, ideata dal Partito proprio per non fare pensare i cittadini di Oceania, e se non c’è pensiero, non c’è riflessione e libertà; non assistiamo anche oggi alla Neolingua? Non ci vengono imposti asterischi “inclusivi” o la definizione di “famiglie” per comprenderle tutte? Non assistiamo alla censura delle parole (o delle notizie) al riguardo della situazione migratoria?
Che dire poi della famiglia, la cellula fondamentale della società (che il Partito vuole arrivare a distruggere completamente) che oggi, tanto dalle politiche sociali ed economiche quanto da quelle culturali, è erosa, impoverendola e contemporaneamente svilendola affiancandola ad altre formazioni sociali, cui viene data ben più importanza economica e mediatica? O della sessualità, che in “1984” viene relegata alla mera procreazione per il Partito? (e qui è interessante un paragone complementare con il “Mondo Nuovo” di Huxley, in cui la sessualità è ridotta a mera consolazione e distrazione – un vero e proprio “oppio dei popoli” marxiano – per le persone defraudate dei loro diritti e della loro libertà; non assistiamo oggi alla stessa cosa, con una sessualità tanto svilita, in quanto slegata dal potere enorme di generare la vita, quanto onnipresente, ma solamente come distrazione e pornografia?)
Winston Smith, il protagonista di “1984”, dice che la salvezza viene dai Prolet, e che la libertà è quella di dire che 2 + 2 fa 4, ed è secondo me questo un punto fondamentale: la salvezza viene, anche oggi, dai proletari, dalle persone povere non toccate dalla ossessiva propaganda di regime, dai nuovi valori della “società aperta” e liberale, proprio da quelle persone che, alle urne e nei social network, unici residuali spazi di libertà oggi rimasti, vengono tacciati di “populismo” e “ignoranza” per non piegarsi ai desiderata dissolutori del moderno Partito invisibile (che è quello del Mercato) e dei suoi agenti, consapevoli o meno, che non hanno ceduto alla dittatura della follia intellettuale, che mantengono ancora i piedi per terra e il contatto con il reale; e, soprattutto, la libertà è ancorata alla verità (un discorso, questo, sorprendentemente cristiano: nel Vangelo di Giovanni Gesù dice che solo Lui è Verità, e che è la verità a rendere liberi, non è la libertà un bene in sè, ma solamente se subordinata alla verità), la prima libertà è quella di dire ciò che è vero, razionale e reale.
Orwell, inconsapevolmente, aveva descritto in “1984” la nostra società: pensava di descrivere una società totalitaria e collettivista; ha descritto invece la nostra, la società liberale e sedicente aperta, dove non ci sono partiti unici o torture, ma c’è la dittatura del mercato e del pensiero unico, il totalitarismo liberale. E il bello è che l’abbiamo voluto noi.
di Roberto De Albentiis
Fonte: http://www.campariedemaistre.com



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