Il pessimismo anarchico di Claudio Lolli

“Vivere costa fatica, quando la vita è tutti i giorni uguali. Vivere costa fatica, quando dai giorni non nasce nient’altro che male”. Claudio Lolli, cantautore bolognese nato nel 1950, è stato uno dei più “impegnati” e pessimisti autori che il panorama della canzone di denuncia italiana abbia mai conosciuto. Non a caso il suo primo […]

“Vivere costa fatica, quando la vita è tutti i giorni uguali. Vivere costa fatica, quando dai giorni non nasce nient’altro che male”.

Claudio Lolli, cantautore bolognese nato nel 1950, è stato uno dei più “impegnati” e pessimisti autori che il panorama della canzone di denuncia italiana abbia mai conosciuto. Non a caso il suo primo album, datato 1972, si intitola “Aspettando Godot”  in riferimento all’omonimo dramma di Samuel Beckett, considerato uno degli esponenti maggiori del cosiddetto “teatro dell’assurdo”.

Diventa consequenziale la tristezza quando dai giorni non nasce nient’altro che male e tutto risulta assurdo quando lo scorrere del tempo è vano e illusorio. Claudio Lolli, nella costante presa di posizione contro la borghesia, la città (“Angoscia metropolitana” sarà il titolo di un’altra sua canzone) e i sentimenti, manifesta uno spirito anti religioso irriducibile (“Quelli come noi … calpesteranno il dio per cui ogni libertà si fa peccato”). Con tutte queste poco rosee premesse è inevitabile che le sue canzoni siano un po’ come il pendolo (parafrasando Schopenhauer) tra la noia e il dolore, tra la rabbia e la morte. Non a caso un altro album si intitolerà: “Canzoni di rabbia”. Lo stesso brano “Aspettando Godot” non è che un drammatico manifesto della solitudine di un uomo in cerca di un senso per vivere ma che lo troverà compiuto solo nella morte (“Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot, dormo tutte le notti aspettando Godot … ma ho incominciato a vivere forte proprio andando incontro alla morte”).

Lolli ci insegna cantando che la coerenza logica alla mancanza di fede, speranza e carità è il dolore del vissuto esistenziale in cui l’anelito alla morte è il naturale sbocco di una vita senza Dio, senza Logos. A nulla può valere la veemente denuncia dei mali sociali (nella copertina dell’album Aspettando Godot  Claudio Lolli si fa rappresentare in una banconata delle allora 5.000 lire) se il male è l’esclusiva cornice della vita di un uomo, se l’unico orizzonte di senso è quello mondano. Da questa angusta prospettiva non possono che scaturire questi sentimenti: “Vecchia piccola borghesia … non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia” oppure desideri contronatura che si rivelano ben presto disastrose utopie: “Ho visto anche degli zingari felici in piazza Maggiore ubriacarsi di luna, di vendetta, di guerra”.

Alla soppressione dei valori religiosi Claudio Lolli antepone un apparato mitico tipico dell’ideologia comunista e anarchica in cui la “piazza” si contrappone alla “chiesa”, “l’individuo” alla “persona”, “l’isola verde dei sogni” alla “famiglia”. Cantando Claudio Lolli, oltre che alla desolazione esistenziale, si “impara” tutto questo.



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